Questo è il giorno di Dio.
La Pasqua ci viene incontro ancora una volta dentro le nostre vite reali, segnate da attese, fatiche, speranze che a volte sembrano affievolirsi. La nostra terra conosce bene il peso dei giorni: i paesi che si svuotano, i giovani che partono portando con sé sogni e inquietudini, le famiglie che resistono, gli anziani che custodiscono storie e spesso anche solitudini.
E mentre viviamo tutto questo, il nostro sguardo si allarga a un mondo ferito, dove la pace appare fragile, minacciata da guerre, violenze e divisioni che sembrano non avere fine.
Dentro questa storia concreta, senza toglierci nulla della sua fatica, la Pasqua ci consegna un annuncio che cambia il cuore delle cose: questo è il giorno di Dio.
È il giorno in cui la vita ha vinto la morte.
È il giorno in cui la speranza torna possibile.
È il giorno in cui il Signore risorto entra nelle nostre case e ci dice ancora: “Pace a voi.”
Non un rimprovero, non una condanna, ma un dono. Un dono che però chiede di trovare casa nei nostri cuori, nelle nostre scelte, nei nostri gesti quotidiani.
La pace, infatti, non nasce lontano da noi. Comincia nelle piccole cose.
Comincia quando, nelle nostre famiglie, scegliamo di ricucire invece di spezzare.
Quando, nelle nostre comunità, impariamo ad ascoltarci senza sospetto.
Quando, nei nostri paesi, non ci giriamo dall’altra parte davanti a chi è in difficoltà.
Penso ai tanti segni di bene che abitano la nostra diocesi: volontari che si prendono cura dei più fragili, sacerdoti e operatori pastorali che accompagnano con discrezione, giovani che non smettono di cercare il loro futuro, amministratori e lavoratori che cercano con onestà il bene comune.
Sono questi i germogli di pace che il Risorto già fa fiorire tra noi.
E allora comprendiamo che la risurrezione non è qualcosa di lontano o straordinario solo in apparenza, ma una forza silenziosa che attraversa i nostri giorni e li trasforma dall’interno. È lì, nei gesti più semplici: nel lavoro quotidiano, nella pazienza dell’attesa, nella cura delle relazioni, nella fedeltà alle piccole responsabilità. Nulla è troppo piccolo per essere abitato da Dio, nulla è così fragile da non poter diventare spazio di grazia.
Non c’è Pasqua senza la croce, ma non c’è croce che abbia l’ultima parola. Morte e risurrezione stanno insieme, inseparabili: non due momenti opposti, ma un unico mistero d’amore che salva. È lì che si gioca tutto, è lì che nasce la nostra speranza.
Da qui nasce anche la nostra responsabilità per la pace.
Non una pace proclamata a parole, ma costruita giorno dopo giorno:
quando scegliamo il dialogo invece della chiusura,
quando sappiamo fermare una parola che ferisce,
quando ci facciamo prossimi a chi è solo o escluso.
E in questo giorno santo sentiamo forte anche il desiderio di allargare il cuore al mondo intero.
La Pasqua ci spinge a non abituarci alla guerra, a non considerare inevitabile la violenza, a non spegnere la speranza della riconciliazione tra i popoli.
Per questo, come vostro vescovo, affido al Signore risorto un augurio che diventa preghiera:
che la sua pace raggiunga le terre ferite dai conflitti,
che tocchi i cuori di chi ha responsabilità grandi,
che sostenga chi soffre, chi fugge, chi ha perso tutto,
e che insegni a tutti noi la via paziente e coraggiosa della fraternità.
Perché davvero, se Cristo è risorto, nulla è inutile, nulla è perduto.
Ogni gesto di amore, anche il più piccolo, diventa seme di pace.
Perché davvero, se Cristo è risorto, ogni giorno può diventare il giorno di Dio.
E anche il giorno nuovo della nostra vita.
È così che la Pasqua diventa storia.
Con affetto e benedizione,
✠ Il vostro fratello vescovo Corrado
