"Messaggio Pasquale del Vescovo..."

 

Quella nel Risorto, che confessa Gesù come il Cristo di Dio, deve poter essere la nostra fede. Non quella di altri. Non è che mentre Pietro, Giacomo, Giovanni, Tommaso, hanno potuto credere a Gesù, noi ci dobbiamo accontentare di credere a Pietro, Giacomo, Giovanni, Tommaso. Le loro “storie di discernimento”, ci vengono raccontate come istruzioni ed esortazioni.

 

Quelle prime esperienze del venire alla fede restano per noi imprescindibili per la nostra personale confessione di fede. La consegna della nostra speranza alla grazia guadagnata da Gesù deve essere una persuasione che ciascuno di noi onora a titolo della propria personale libertà.

 

Il reale contenuto dell’esperienza pasquale non passa nel Nuovo Testamento per espliciti racconti della risurrezione, ma attraverso resoconti di “apparizioni” che si offrono più come storia degli effetti che hanno potuto produrre, trasformando da seguaci vinti in coraggiosi testimoni capaci di fare miracoli. Quest’anno mi colpisce tanto la figura di Tommaso.

 

Gli euforici annunci degli amici che giurano “abbiamo visto il Signore!” non convincono Tommaso su un punto cruciale: avranno veramente visto Lui o una controfigura soprannaturale? Quello che può sciogliere l’enigma sono i segni del suo destino terreno, quelle ferite che certificano la sua nota umanità terrena.

 

A uno come Tommaso importa che quel “vivente” non sia altro da quel “morto” su cui si era posato l’apparente abbandono divino. Solo se a risorgere è il crocifisso la notizia è realmente buona. Per questo Tommaso vuole vedere a tutti i costi il permanere delle ferite. Se non è proprio la carne di Gesù a risorgere non ci sarebbe nulla di nuovo.

 

Da ciò traggo un pensiero che vorrei condividere e che guidasse l’augurio pasquale di questi cinquanta giorni.

 

Abbiamo bisogno di guardare e di imparare che la salvezza che viene innalzata a esemplare dignità, a Pasqua, è proprio quella “carne” che non può amare senza essere ferita.

E’ un messaggio forte per noi che carica di nuovi sentimenti: di quella mitezza che viene offesa da tutti ma non indietreggia di un millimetro, di quell’impotenza dei buoni che comunque non recedono dai loro principi.

 

La resurrezione di Cristo è l’innalzamento della dedizione a modello di ogni cosa destinata a restare.

 

La cultura incredula del secolo tecnico ha bisogno di cristiani frutti della Pasqua che con dedizione vivano instancabilmente la vita nella varietà delle espressioni e degli ideali.

L’audacia di questa persuasione nello spazio aperto dal Cristo, primo uomo a stare in Dio, ci dice che la morte non pronuncia l’ultima parola, ma anzi un Uomo si è visto restituire quello che per amore ha accettato di perdere.

 

La testimonianza evangelica che anche quest’anno ascolteremo il giorno di Pasqua mantiene senza variazione il collegamento a questa lontana vicenda di riscatto dalla morte in cui un nuovo splendore di vita ci viene ridonato.

 

La speranza che si apre non scongiura paure, ma infonde certamente grandi emozioni.

Facciamo festa al Signore della vita. Auguri.

 

                                                                                                            + don Corrado, vescovo

 

 

 

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