DI DOMENICA IN DOMENICA - a cura di don Giammaria Canu

Aggiornato il: ott 12


Domenica, 27 settembre 2020

Prurito evangelico


… non solo ricevono lo stesso salario, ma passeranno avanti nel regno di Dio! È mia tesi dimostrare che solo un cuore preso sul serio (preso a cuore!) sa placare anche il prurito più fastidioso: quello procurato da un Dio ingiusto, dispettoso, cieco e sordo ai bonus Paradiso che ci siamo faticosamente acquistati durante la nostra “intensa” vita religiosa. Già. Spesso si tratta proprio di “vita religiosa” e molto meno di “vita di fede”. Gli antropologi culturali sono d’accordo infatti nell’individuare l’origine della religione in quelle forme arcaiche e ancestrali di accaparramento della simpatia degli dei. Il Dio di Gesù è tutt’altra cosa, divescia cuba, per restare nel gergo vitivinicolo che ha una varietà di termini, sapori, profumi, processi produttivi e che riconosce perfettamente quando una qualità eccelle rispetto alle altre tanto che sembra provenire da tutt’altro tino.

Il Dio di Gesù è così: eccelle, istituisce un gap, invita ad un salto nel terreno di Dio, dove vige tutt’altra costituzione: il Vangelo. Sono già 4 settimane, 5 con questa che arriva, che il vangelo domenicale accompagna il nostro cuore a scoprire fin dove si può spingere, fino a quanto si può dilatare, fino a quali vette può arrivare. Di domenica in domenica la Parola di Dio sta costruendo una torre di Babele fino a raggiungere il confine tra creatore e Creatura, proprio perché sentiamo di essere a lacanas (“confinanti”, per i meno fruitori del vocabolario agropastorale sardo) con Dio. Questa torre, però, non si costruisce in altezza (sarebbe destinata al solito crollo rovinoso di ogni umana torre di Babele), quanto in profondità. Sembra che Dio voglia rispondere alla vera domanda che da Adamo all’ultimo nato abiterà il cuore degli uomini: ma quanto mi manca per arrivare ad essere come Dio? Il Salmo 8 sostiene che Dio ha fatto l’uomo «poco meno di un dio». Si! ma quanto è questo “poco meno”?

La risposta nel Vangelo di queste domeniche: la distanza tra me e Dio è la stessa che separa un cuore egoista da un cuore che ama sempre, ama tutti, ama il nemico e ama per primo (alcuni punti dell’arte di amare di Chiara Lubich). Questo vuol dire che il nostro cuore è programmato per abitare questi brandelli di terra confinanti con Dio e anzi, vuol dire che il nostro cuore riposa bene (sant’Agostino ne è testimone) quando frequenta quelle terra, e ancora vuol dire, di conseguenza, che il prurito aumenterà in proporzione a quanto lasciamo il nostro cuore lontano, estraneo, indifferente alla gioia che deriva dall’arte di amare.

Per questo il cuore ha la terapia contro ogni sospetto di ingiustizia divina (non è giusto che gli ultimi siano i primi!). Anche le prossime due domeniche saranno protagonisti un padrone di vigna e dei lavoratori. La vigna nella Bibbia è il luogo della festa (dici vigna e senti profumo di vino), della comunione con Dio (nozze di Cana), dell’abbraccio d’amore con col padrone che ormai è diventato Padre (vangelo di questa prossima domenica). Chiedo per un amico: siamo sicuri che noi cristiani sprizziamo di gioia nell’abitare quei territori del cuore/vigna dove il dio delle religioni diventa nostro Padre? (PS: quel mio amico vorrebbe tanto diventare cristiano!).

Attenzione, poi, al rischio dei figli cresciuti nella bambagia (noi che fin da piccoli abbiamo respirato aria religiosa): ma è proprio vero che abbiamo abituato il nostro cuore all’arte di amare, tanto da non sentire prurito, ma anzi gioire quando pubblicani e prostitute, tornati alla casa/vigna del Padre, ci passano davanti nel Regno di Dio?

don Giammaria Canu



Caravaggio, La vocazione di san Matteo (Roma, 1600). Una delle scene del Vangelo che fa più prurito.

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