DI DOMENICA IN DOMENICA - a cura di don Giammaria Canu

Domenica, 11 ottobre 2020

La pedagogia dell'arciperdono


Il frutto si aspetta, il frutto si fatica e finalmente il frutto si può gustare! Per esempio, ad una festa di nozze, dove colano litri, ettolitri e giare di vino. Ma solo a uno sguardo ingenuo il tema dei Vangeli di queste domeniche è il vino. Forse il vino è solo l’escamotage con cui, di domenica in domenica, la parola di Dio aggiunge tasselli alla ricostruzione della pedagogia di Dio: ma come diamine pensa Dio? Chi di noi è in ambiente educativo sa quanto è prezioso conoscere il metodo perfetto per aiutare un piccolo uomo a diventare grande. Ora, se le teorie pedagogiche sono tante perché tutte imperfette, forse conoscere come educa il Pedagogo (l’inventore della pedagogia fin dai tempi di Adamo, Eva, dei due alberi e del serpente) è di una preziosità rara.

In queste domeniche – anche se la Bibbia intera è un grande manuale di pedagogia – ci viene offerta una delle più preziose lezioni di pedagogia divina. Dopo aver spudoratamente espresso la sua preferenza per i ritardatari (chi mi conosce sa che faccio parte di questa categoria per niente esemplare!); dopo aver fatto dichiarare a sacerdoti e anziani che il figlio che fa la volontà del padre è quello ribelle che poi si pente di non aver intuito che un padre chiede solo cose buone per il proprio figlio; soprattutto dopo aver fatto condannare dagli stessi sacerdoti e anziani quei contadini che non ne volevano sapere di dare al padrone della vigna i frutti perché forse pensavano che il padrone tenesse quei frutti tutti per sé; questa domenica che viene, nella nuova parabola il re (missa’ che si tratta sempre di quel padrone della vigna!) organizza una festa per le nozze del figlio.

Ecco dove andava a finire il vino! Ed ecco qual è la pedagogia di Dio: fare una lista di invitati alla festa, cioè condividere il vino («frutto della vite e del lavoro dell’uomo, lo presentiamo a te perché diventi per noi bevanda di salvezza»). E volete che tra gli invitati non comparissero tutti coloro che hanno lavorato alla vigna? Insomma: qui lo dico e qui lo nego (in altri tempi si finiva su un girarrosto per affermazioni del genere), il Dio di Gesù non è vero che è venuto prima di tutto per i peccatori, ma per gli arcipeccatori, cioè per chi «ha l’intima presunzione di essere giusto e disprezza i peccatori» (Lc 18,9), cioè per sacerdoti, anziani, dottori della legge, scribi e farisei. E davanti alla loro intima presunzione, Dio risponde con una sua ancora più intima presunzione che suona come una promessa: anche loro, se si convertono, sono invitati alle nozze!

Una strategia pedagogica perfetta ma inedita, destinata a rimanere un unicum nella storia dell’universo: una volta che hai conquistato i peccatori convertiti, lasciali nel recinto e vai alla ricerca di quella pecorella arcipeccatrice presuntuosa che finché non si imbratta di sangue perché casca nei rovi, non lascia che il suo cuore beli al Pastore. Alla facoltà di pedagogia divina non è un vanto presentare il cartellino della moralità con tutti gli esami superati con 30 e lode. È invece una grande vittoria festosa (“come in cielo così in terra”) fare una tesi composta di una sola sillaba e ripetuta infinite volte in crescendo di volume: “be”, il verso della pecora smarrita che aiuta il pastore a trovarla per poi riportarla dalle altre e tornare a far parte del recinto dei peccatori con grande festa e gioia per tutti. Per pregare non ci vuole la laurea! Quel belato che tutti sanno pronunciare è la preghiera del cuore fallito, ferito, peccatore o arcipeccatore che sia, ed è la vera preghiera che facilita i miracoli al Pedagogo: anche gli arcipeccatori sono arciperdonati («dove ha abbondato il peccato ha sovrabbondato la grazia»: Rm 5,20).


don Giammaria Canu


Sieger Köder, Rejoice (Gioire, 2009). Ad ogni arciperdono, un’arcifesta.

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