DI DOMENICA IN DOMENICA - a cura di don Giammaria Canu

Domenica, 25 ottobre 2020

Con tutto il cuore


Insomma, Cesare o Dio? Facciamo un po’ per uno e siamo apposto con la coscienza! Sembra facile uscirne così, ma il Vangelo non è fatto per i mediocri, e neanche Gesù! Immagino infatti la scossa ad elevato voltaggio subita dai cuori intelligenti che hanno ascoltato la seconda parte della proverbiale frase: «… e rendete a Dio ciò che è di Dio». I più ingenui tra gli astanti avranno capito che se a Cesare dovevano pagare il tributo in moneta, a Dio dovevano pagare il tributo in sacrifici, preghiere ed ex voto. Ma sono convinto che i più seri fra gli interlocutori di Gesù, come anche i più seri fra gli ascoltatori del Vangelo di domenica scorsa, si siano sentiti il cuore defibrillare, sobbalzare e trattenere il fiato, inquieto vagabondo alla ricerca affannata delle cartelle esattoriali della grazia divina: «ma se devo rendere a Dio ciò che è di Dio, sono proprio rovinato!». Di Dio è tutto: cielo e terra, formiche e montagne, capelli e passeri, embrioni di uomo e vecchietti, pubblicani, prostitute e farisei… e persino Cesare è di Dio («Paolo, Apollo, Cefa, il mondo, la vita, la morte, il presente, il futuro: tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio»: 1Cor 3,22-23). Un grosso tarlo pensare di dover restituire tutto a Dio. Non basterebbe una vita. Oppure no. Oppure a Dio basta, anzi, serve proprio una vita: «una vida nos a dadu e una li nde devimus (sottinteso: “torrare”, rendere, restituire del Vangelo di domenica scorsa)!», era uno dei refrain degli “attitti” funebri durante la veglia in casa del defunto.

Questa prossima domenica ci viene data proprio questa risposta: «amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente». Ecco il piano di rientro fiscale; ecco cosa dobbiamo rendere a Dio: la felicità piena, totale e completa della nostra vita. In questo “grande e primo comandamento” Gesù mette l’accento sui due aggettivi: il possessivo “tuo” e l’indefinito “tutto”. Mi fa pensare che quando Dio insiste sul possessivo («il settimo giorno non farai alcun lavoro, né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo schiavo, né la tua schiava, né il tuo bue, né il tuo asino, né il tuo bestiame»: Dt 5,13) vuole aiutarci a prendere consapevolezza di quante cose abbiamo da elencare nella nostra dichiarazione dei redditi e per quante di esse possiamo dire «questa me la sono guadagnata io senza l’aiuto di Dio» (i più onesti risponderebbero: nessuna… e io credo che le persone più oneste passate in questo mondo siano nei nostri calendari e sui nostri altari). Ma attenzione: il possessivo è messo anche davanti al sostantivo “Dio”, nome proprio di persona. Indica cioè che quel Dio è Signore col potere di creare, annullare e ricreare ma un Signore “mio” cioè che sta dalla mia parte, col potere di custodire, amare e salvare la mia vita, un Dio che incontro di persona ogni volta che premetto il possessivo “mio” davanti ad un sostantivo importante per la mia vita: mia moglie, mio babbo, mia sorella, mia intelligenza, mio cuore, mia preghiera, mio amore, mia serenità, mia salute... È per questa ragione che questo Dio può e deve (per necessità del cuore e non per legge esteriore) essere amato con tutto me stesso. Cuore, anima e mente, oltre ad essere la tripartizione dell’antropologia biblica, costituiscono, sempre nella testa dell’uomo biblico, il tutto più prezioso dell’uomo, i punti in cui l’uomo è, possiede e agisce ad immagine e somiglianza di Dio, e vogliono perciò indicare quanto è impossibile dire davanti a Dio «adesso sono apposto, non ho più niente da restituirti».

È un debito troppo grande. Se non fosse che quel debito è già stato condonato alla nostra nascita: la nostra vita felice è la gioia di Dio. Quel grande e primo comandamento suona allora anche così: «sarai [tempo futuro con inizio nell’oggi e fine nell’eternità] felice con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente». Come una mamma e un babbo, le cui felicità dipendono dalla felicità del figlio.



don Giammaria Canu


Ciro d'Alessio, Felicità (2015).

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