DI DOMENICA IN DOMENICA - a cura di don Giammaria Canu

Domenica, 14 marzo 2021


Passaggi di cura.


Domenica scorsa si parlava di rovesciamenti. Questa domenica voglio leggere la Parola di Dio con la categoria più delicata di “passaggio”, che in ebraico si dice Pasqua, e in particolare voglio prestare attenzione ai “passaggi di cura” suggeriti dal Vangelo: su cosa spostare i riflettori della nostra fede?

Il primo “passaggio di cura”, approfondendo e pregando il Vangelo della cacciata dei venditori dal cortile del Tempio (l’allontanamento della logica del commercio dalla logica della fede, lo strappo tra mercato e Tempio, la lacerazione tra Mammona e Dio), lo si intuisce quando san Giovanni chiosa: «Gesù conosceva quello che c’è nell’uomo», come a lasciar trasparire che quel gesto così forte era fatto per il cuore dell’uomo e non per ripristinare una chissà quale dignità di Dio e della sua casa infrante. Non è tanto Dio che è stato trasformato in mercato, quanto l’uomo, la persona, la sua libertà e amabilità sono diventati merce di scambio. Tappando l’accesso al Tempio e filtrandolo con l’acquisto di animali per il sacrificio si boicottava l’incontro con l’amore gratuito di Dio. Scacciando i mercanti dal Tempio, Gesù non ha voluto difendere Dio (Dio non ha bisogno di avvocati!), ma ha messo al centro, ancora una volta, l’uomo e la sua più alta dignità: sempre, dappertutto e ogni uomo è degno di accedere all’incontro col suo Creatore. Guai a chi rende indisponibile Dio all’uomo e rende impermeabile l’uomo alla salvezza! Anzi, secondo la buona notizia del Vangelo proprio chi è più sprovvisto, povero e peccatore necessita di un sovradosaggio d’amore divino secondo la proporzione paolina e divina: dove abbonda il peccato, sovrabbonda la grazia (Rm 5,20). Proprio come in una famiglia addolorata per un figlio scapestrato, pecora smarrita di casa: in quel figlio si concentrano le attenzioni, le cure e le preoccupazioni dei genitori, si investe un surplus di amore, a costo anche di trascurare gli altri figli (99 pecorelle rimaste nel recinto). Le bancarelle agli ingressi del Tempio distorcevano non tanto l’amore di Dio (quello c’è e sarebbe ridicolo stare lì a tutelarlo!) ma la percezione di quella gratuità. Il torto era fatto all’uomo, non a Dio. Il cristianesimo marca questo passaggio di cura: più che custodire Dio e le sue cose/case è da custodire il cuore strattonato dell’uomo, privato dell’accesso a Dio perché indegno, macchiato, colpevole e condannato. Gran bella tortura cinese avere disponibile la soluzione per riempire di Vita la propria vita storta e averne l’accesso ostruito. Sosteneva Péguy che la speranza umana deriva dal fatto che il fatto cristiano e la sua salvezza non può essere mai più eliminato dalla storia di ogni uomo: nessuno storico, nessun filosofo e nessuno scienziato possono tracciare un segno di gomma sulla Croce di Gesù di Nazaret, come sulla vita offerta di milioni di martiri della storia. Ciò che può avvenire è che noi manchiamo di fede, che non la percepiamo e non la gustiamo, ma la salvezza è già data e il mondo non potrà mai distruggerla.

Altri “passaggi di cura”, questi più rapidi, suggeriti dal Vangelo di domenica prossima.

Avere cura che venga innalzato il crocifisso nei deserti umani e non le voci stridule, presuntuose e fastidiose di chi offre soluzione a basso mercato: la vita è un groviglio le cui trame sono tenute assieme da Dio. Lui ha offerto la vita per consegnarci il bandolo della matassa. Chiunque offra di meno è un ciarlatano.

Prendersi a cuore la sapienza della croce. Alla fine della fiera, Dio non si incarna per salvare il giusto perseguitato (è già beato, secondo il discorso della montagna), ma l’ingiusto persecutore. È venuto non per condannare ma per salvare e non avrà pace finché resisterà sulla terra un mascalzone prigioniero del suo cuore odioso.

Passare dalla follia di coccolare quotidianamente le tenebre alla gustosa esperienza di custodire le luci, anche se deboli, fragili e fioche che puntellano le nostre giornate. Non è vero che sono lì a casaccio, ma sono degli indici puntati verso il loro Autore. E allora l’ultimo passaggio di cura: come il dito che indica la luna non è la luna, anche quelle luci sono l’affiorare di Dio nella nostra vita che è il suo vero Tempio sacro.



don Giammaria Canu


A. Rublev (XVI sec.), Icona “Eleousa” di Vladimir.

La carezza tra Gesù e la mamma si prolunga sull’umanità.

La Madonna è l’icona della cura esagerata di Dio per ogni suo uomo.



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