DI DOMENICA IN DOMENICA - a cura di don Giammaria Canu

Domenica, 21 marzo 2021


Uomini religiosi o uomini di fede?


Sempre c’è del nuovo in Gesù e nel Vangelo. Leggi oggi e dice una cosa. Leggi domani e ti dice una cosa nuova.

Sicuramente non è il testo evangelico che cambia, ma è il testo umano che cambia continuamente di tessuto, di con-testo, di geografia esteriore e soprattutto di geografia interiore. E il Vangelo raggiunge l’uomo lì dove si trova. E pensare che noi ci prendiamo sempre la briga di rincorrere il Vangelo, cercare di capire cosa Dio vuole da noi. E questa continuiamo a chiamarla “volontà di Dio”, senza aver prima percepito cosa Dio ha voluto fare per noi! Il cammino cristiano vero è un lento ma decisivo rimpasto, rivoluzione, conversione e inversione di freccia direzionale: iniziare non da ciò che devo fare io per Dio, ma da ciò che Dio fa per me. Un grande teologo come Karl Barth chiamava questo il passaggio dalla religione alla fede. In sostanza: viene prima ciò che noi possiamo fare per Dio o ciò che Lui fa (e ha già fatto) per noi?

È come se puntualmente ricascassimo nelle stesse trappole dei giudei: l’ossessione di cercare di capire come far contento Dio. Erano arrivati a mettere su un’impalcatura di 613 precetti (mitzvot), 248 obblighi (uno per ogni osso del corpo umano, secondo la tradizione rabbinica, che rimarrebbe spezzato se si omette un obbligo della Legge-Torah) e 365 divieti (notare il significato del numero: non deve passare un giorno senza aver rispettato un divieto!). Anche per noi spesso le pratiche religiose soffocano la vera fede, le preghiere zittiscono la preghiera e il fracasso delle feste dei santi copre la Parola di Dio. In mezzo a tutti i giudei, quel Gesù amico di Nicodemo non era come gli altri rabbì, maestri delle pratiche religiose. Gesù afferra l’uomo dalla sporgenza che lo connette con Dio, dalle radici che lo innestano nel Paradiso: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio perché chi crede in Lui abbia la vita eterna». Qui è nascosto il cuore di ciò che dobbiamo percepire di Dio. E il buon Nicodemo non se lo lascia sfuggire: probabilmente affascinato dal forte gesto del Tempio («non fate della casa del Padre mio un mercato!»), decide di incontrare Gesù di persona, prende appuntamento nell’intimità sacra, silenziosa e consigliera della notte e si lascia raccontare qualcosa di Dio. Quel rabbì di Nazareth, infatti, non faceva come tutti gli altri maestri la lista delle cose da fare per Dio (la lista della spesa degli animali da comprare per sacrificare e far contento Dio), ma raccontava la lista dei regali che Dio dona all’uomo: «Dio ha tanto amato il mondo da dare». Questo è l’unico punto di partenza della fede, l’initium fidei, diceva Agostino e ribadiva Rosmini.

È triste che spesso il nostro cristianesimo esiga dai battezzati di nascere già adulti nella fede: chiediamo ai ragazzi di andare a una Messa alla quale noi stessi andiamo senza convinzione, per dovere o per pressione di conformità (è brutto non andare alla Messa di un funerale!). Il cristianesimo ha spesso anteposto l’imperativo all’indicativo, il precetto al racconto. Al catechismo l’imperativo “fai” spesso viene prima del “ti racconto di una volta quando Dio nella mia vita ha fatto questa cosa meravigliosa…”. Si dà per scontato il sentimento di un Dio amante che invece dev’essere curato, alimentato, custodito come l’alleato di ogni battaglia di vita.

Per questo, quella del chicco di grano di domenica prossima è la storia di ogni battezzato che imparando da Gesù non vede l’ora di marcire, rinunciare a se stesso e scomparire per far nascere frutti e riconoscerli come frutti divini maturati nelle mani di uomini. Ecco cosa voleva dire la conclusione del Vangelo di domenica scorsa: «chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio». A proposito: questa è l’ultima frase che sente Nicodemo da Gesù e se la porterà appresso per tre anni. Poi Nicodemo ricomparirà per s’iscravamentu, quando con Giuseppe d’Arimatea depongono Gesù sul sepolcro, perché il seme, deposto sulla terra porti frutti e per l’eternità, tutti i Venerdì santi della storia, si dica che quell’opera di Nicodemo è stata fatta in Dio.



don Giammaria Canu


M. Scorsese, Silence (2016).

Film carico dell’esperienza dell’intimità della fede. La religiosità cristiana bandita dall’impero giapponese lascia spazio a una fede interiore capace di dare frutto con la morte di tanti chicchi di grano battezzati nel sangue.


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