DI DOMENICA IN DOMENICA - a cura di don Giammaria Canu

Domenica, 28 marzo 2021


Incarnazione, ultimo atto.


Hans Urs von Balthasar, una fiaccola che da più di mezzo secolo non smette di illuminare le audaci menti dei pensatori della fede, chiamava la storia di Gesù una “teodrammatica”, cioè un grande teatro in cui Dio rinuncia alla regia e sta sul palcoscenico, concedendosi per amore di provare sentimenti, sofferenze, passioni e amori umani. Con la Pasqua è in scena l’ultimo atto dell’Incarnazione: finisce la storia del chicco di grano e di ogni chicco di grano e inizia l’avventura della sua vocazione nascosta, quella di essere tutt’altro che un chicco, quella di portare frutto. E questa è tutta un’altra storia! E anche tutta un’altra geografia. Gesù muore a Gerusalemme per rivivere lì dovunque viva un uomo che lo cerchi: c’era bisogno del suo amore infinito per far risorgere ogni uomo dalla morsa di ogni male finito, limitato, storico (annotta il nostro teologo!). Il male è una cosa seria: è la privazione del bene (Sant’Agostino), un “no” detto al bene, un “tu non mi freghi” rinfacciato al bene. E Dio stesso prende sul serio l’esperienza del male, tanto che “bisogna che il Figlio dell’uomo sia innalzato” (Gesù a Nicodemo due domeniche fa). “Bisogna” dicono gli evangelisti quando vogliono raccontare i desideri più profondi del cuore di Dio: bisogna, è così e basta, “e più non dimandar!”.

È tutto un grande mistero che inizia però a prendere luce proprio dalla Pasqua.

Nella domenica delle Palme si vede proprio quanto Dio è innamorato della realtà dell’uomo. Tanto innamorato da prendere sul serio il male fino in fondo. Gesù, Dio fatto uomo, trema davanti alla morte, arretra davanti ad essa e nell’orto degli ulivi chiede di esserne persino dispensato. Tutto è pronto per la salvezza, fin dall’eternità, eppure Dio non lo è, esita, chiede che sia allontanato il calice amaro della sofferenza e della morte. Quanto scava in profondità questo mistero (gli antichi lo chiamavano “mistero dell’iniquità”): non c’è cosa più potente del male, della paura e della sofferenza che obblighi l’uomo, anche il più superficiale, a rispondere al richiamo dell’interiorità! Dal cuore non si scappa. Dal cuore incatenato dal dubbio e dalla paura non puoi fuggire molto lontano. Dovunque tu sia, lui ti perseguita. E il Dio di Gesù è un Dio che si lascia calpestare il cuore dal male, è un seme che si lascia macerare, un Uomo-Dio obbediente fino in fondo al mistero dell’incarnazione: «Cristo Gesù svuotò se stesso dell’uguaglianza con Dio tanto da farsi obbediente fino alla morte e alla morte di Croce» (Fil 2, 8). E più ci si lascia trasportare nel profondo da questo mistero, più si accende la voglia di assomigliare a Gesù. Non importa più capire, ma importa aggrapparci alla croce (diceva Bonhoeffer), ispirarci e imitare perché non c’è stato nella storia un amore più grande. Da Dio c’è da imparare a innamorarsi sempre e nuovamente della realtà, a celebrare in continuazione fidanzamenti con ciò che è reale, a sposare tutto della realtà, a non fuggire, a non tapparsi gli occhi, a non far finta che il male è solo una parentesi che non ha niente a che fare con la mia vita.

Ora, in preparazione alla Settimana Santa, teniamo viva la consegna della parabola del chicco di grano che tutti ci unisce al cospetto del Covid: tutti ci sentiamo sotterrati, al buio, con metri di terra che pesano sulla nostra testa; eppure, siamo sotterrati non come pietre, ma come chicchi di grano: il Covid ha provato a seppellirci; ma non sapeva che eravamo semi (parafraso uno dei post che spopolano nei social!). Questa è la settimana per dare benzina alla nostra fede, dare ragioni alla speranza, immagazzinare Vita per la nostra vita. È la settimana di una preghiera forte per imparare a trovare Dio solo nelle cose che ho. E per trovare Dio in ciò che si è occorre guardare ogni frammento di vita che mi appartiene con sguardo da innamorato, curioso di scoprire come quel pezzo di vita fastidioso, fallimentare e ammuffito non è che un chicco di grano capace di esplodere in nuove possibilità di vita.



don Giammaria Canu




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