DI DOMENICA IN DOMENICA - a cura di don Giammaria Canu

Domenica, 2 maggio 2021


Professionisti della Pasqua.


Non ce lo dimentichiamo per favore: ciò che è urgente vivere in questo tempo è sempre la Pasqua. Ma non solo questo tempo liturgico, ma soprattutto questo tempo balordo, inedito e crudele che stiamo abitando ha urgenza di mutarsi da “tempo della pandemia” a “tempo della pasqua”. E ancora più sopra di tutto, ogni tempo che viviamo urla e rivendica il diritto di essere “tempo pasquale”: non c’è tempo che non possa essere toccato, accarezzato, sfiorato dalla Pasqua di Gesù. E non c’è tempo da perdere per far incontrare il nostro tempo con la Pasqua di Gesù. Tutto questo per dire che “il peggior ostacolo alla Pasqua di Gesù è la nostra libertà”, ma anche che “il miglior alleato della Pasqua di Gesù è la nostra libertà”. Dio – e la sua voglia di salvare l’uomo acciuffandolo dai brandelli più sgangherati – è ormai disponibile e non solo: è definitivamente disponibile e non ci sarà un’altra Pasqua da aspettare. Spetta a noi battezzati non lasciarsi perdere nessuna occasione di festeggiare Pasqua non (solo) in quei tratti della mia vita più belli, sempre applauditi e sempre filogovernativi, ma in quelle fragilità che sono fonte di vergogna, giudizio e miseria: che peccato non approfittare della potenza della Pasqua per fare pace, accompagnare e orientare le parti più deboli, fastidiose e ribelli di me che spesso subisco senza dare loro una collocazione nella storia della (mia) salvezza. Ancora. Spetta a noi cristiani essere dei cultori della Pasqua, dei professionisti della risurrezione a disposizione non solo per noi, ma per “gli uomini amati dal Signore” (cioè tutti!). Chi ci cerca in quanto cristiani, deve poter chiederci: «mi aiuti a trovare i semi di risurrezione nelle mie tempeste?». Come ad un idraulico chiedi di sistemare il termosifone che perde, o ad uno psichiatra di riacquistare la serenità perduta, o al tuo sindaco chiedi quanti sono i positivi attualmente in paese. Così sarebbe il sogno di Dio che si cerchino i suoi figli non (solo) per organizzare la festa di Sant’Antonio o per chiedere informazioni sull’orario del funerale, ma anche per stare vicino con una “postura pasquale” in tempo di fatica. Che bello sarebbe se si entrasse in sacrestia non (solo) per segnare Messe, risolvere litigi per eredità o lamentarsi dei ragazzi che non vanno a Messa, ma per chiedere al parroco: «mi aiuta a pregare in questo tempo di difficoltà?». Si aprirebbero immediatamente i cieli e lo Spirito Santo – che passa più tempo in cassa integrazione che non a lavoro – scenderebbe abbondante su quel prete con tutto il suo esercito di doni, di consigli, di parole e di pensieri. «Mi aiuta a pregare?». È proprio questa la vocazione del prete (e di ogni battezzato!): pregare e aiutare a pregare. Non ricordo quale grande pensatore si convertì proprio davanti a questa confessione di un amico cristiano: «sono cristiano perché prego e non prego perché sono cristiano!». E preghiera – e la chiudo qui con questa confusa introduzione – cos’altro è se non riconoscere che anche nella parte più fragili della vita Dio ha nascosto un segreto per portare frutto?

Ecco. Pasqua è portare frutto anche da quei tralci ribelli, anche da quella pecorella che fa di testa sua e che ogni volta si caccia nei guai. Le immagini del Bel Pastore e della vite non sono che delle spiegazioni plastiche, dei disegni, delle fiabe sulla Pasqua (se siete genitori o educatori e non lo avete già fatto, leggere urgentemente: Le fiabe non raccontano favole. Credere nell’esperienza, di Silvano Petrosino. Dopo questo breve libro finirete per leggere tutto di Petrosino). Il Bel Pastore, della Pasqua porta con sé l’idea che se hai scoperto che Dio può risuscitare le parti morte e sgonfie della vita, allora lo scegli fra i tanti pastori farlocchi che ci sono in circolazione e ti piace far parte del suo gregge; la vite e i tralci di domenica prossima aggiungono che la gloria di Dio (“la goduria di Dio”, diceva un nostro professore appena scomparso di cui mezzo clero sardo ricorda la didascalica caricatura di Dio, mimata alla sceriffo western, stravaccato in poltrona, sigaro e whisky, fiero del successo dei suoi scagnozzi!) sono i frutti dei suoi figli. E per fare frutto serve linfa, tanta di quella linfa per cui sarebbe un peccato perderne una goccia, tanta di quella linfa che si succhia dal ceppo, applicandosi nell’arte del restare attaccati a Gesù risorto con la preghiera. Applicandosi cioè nell’arte di indugiare sulle cose (altro testo suggerito di Byung-Chul Han) che portano il presentimento di una Pasqua tutta da in-ventare (scoprire).


don Giammaria Canu


G. Klimt, L’albero della vita (1909).

Le figure dell’attesa (a sinistra) e dell’abbraccio (a destra) raccontano il continuo ciclo della storia umana che solo ricevendo linfa dall’albero passa dall’inverno gelido dell’attesa solitaria alla pienezza dell’abbraccio avvolgente, il frutto che dà gloria al Creatore.


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