DI DOMENICA IN DOMENICA - a cura di don Giammaria Canu

Domenica, 9 maggio 2021


Solo l'amore può cambiare il passato.


La vita è una continua oscillazione da un polo ad un altro del paradosso umano: la più abissale delle fragilità convive con la più nobile delle vocazioni (quella ad essere santi), la “terralità” va a braccetto con la “paradisità”, l’umanità ospita nell’intimo la sua immagine divina, la natura è il tabernacolo del soprannaturale, l’abbondare del peccato si aggrappa con fede al sovrabbondare della grazia. L’essere umano è tutta questa trama aggrovigliata (Cassirer) di paradossi. Ed è per questo che il Vangelo è pieno di paradossi (diceva de Lubac): perché osa parlare all’uomo intero, complesso com’è nei suoi paradossi. E la formula vincente è che il Vangelo non si permette di violentare quel gomitolo tagliandolo come Alessandro Magno tagliò il nodo di Gordio, ma il Vangelo stesso diventa un gomitolo che si integra con dolcezza, rispetto e premura nella matassa umana, nelle sue fatiche nel districarsi e nelle sue ferite strozzate e sanguinanti. Il Vangelo è un uomo, Gesù, che sposa i paradossi della storia di ogni uomo. È un Pastore che dà la vita per le pecorelle; è un ceppo che dà la linfa ai suoi tralci; è un amico che dà la vita per i suoi amici. E se la maggior parte dei nodi che hanno tessuto la mia storia personale non riuscirò mai a scioglierli, beh, nel Vangelo di domenica prossima ci viene presentata l’opportunità di trasformare i nodi in legami, in alleanze, in armistizi tra me e il mio passato. Il Vangelo ha come vocazione esattamente quella di cambiare il passato. Proprio così: Gesù offre sempre nuove occasioni per cambiare il mio sguardo sul passato, tutto a vantaggio del mio futuro. Solo Gesù, col Padre e con lo Spirito Santo hanno questa pretesa: cambiare il mio passato.

Si capisce che non si tratta di una macchina del tempo. O meglio, mettiamola così: il Vangelo di domenica prossima propone di salire proprio su una macchina del tempo con la quale rivisitare il mio passato, riprenderlo in mano, fare pace coi nodi, i paradossi e i fallimenti e rilanciarmi verso il futuro. Questa macchina del tempo si chiama “comandamento nuovo dell’amore”. Solo l’amore è capace di fare la pace con un passato che spesso condanna crudelmente e in continuazione mette sgambetti al futuro. Solo l’amore può essere il giudice imparziale del passato e allo stesso tempo il motore per far ripartire il futuro senza la zavorra di un passato impietoso. Solo l’amore aiuta ad utilizzare i fallimenti del passato per abbozzare opere d’arte future.

Tornando al concetto della complessità e paradossalità dell’uomo, mi viene in mente che il comandamento dell’amore in realtà è proprio la sintesi del Vangelo: come il Vangelo, anche l’amore non produce soluzioni al groviglio, ma istituisce delle storie, inaugura dei processi, inizia dei racconti di nuove esperienze. E infatti l’amore è sempre nuovo e sempre da rinnovare, come nuove sono le esperienze, le gioie e le fatiche di due persone che si amano. E di queste esperienze non vorremmo mai smettere di farne. Per questo l’amore è un comandamento imposto dal cuore. Un comandamento interiore al quale Gesù, nel suo testamento, non ha fatto che prestare la voce, ma noi quel comandamento ce l’avevamo già dentro. Non esiste un cuore incapace di amare e impermeabile all’amore altrui. Dio non lo ha ancora creato! Esistono solo cuori capaci di amare e di essere amati.

Concludo con un ultimo miracolo dell’esperienza dell’amore: «le radici devono avere fiducia nel fiore» (Maria Zambrano), sennò verrebbero volentieri allo scoperto e seccherebbero loro e l’intero albero. L’amore ha il potere di tenere affossate al buio e sottoterra le radici per il solo motivo che hanno la certezza che solo così potranno maturare i frutti. Accorgersi della potenza dell’amore che «lo Spirito Santo ha riversato nei nostri cuori» (Rm 5,5) è proprio un dono della Pasqua: solo l’amore premia le radici con deliziosi frutti. Fuor di metafora: tutto ciò che nel passato ha incupito, annodato e intristito la nostra vita, l’esperienza dell’amore reciproco sa trasformarlo in «gioia piena».


don Giammaria Canu


F. Queirolo, Il disinganno (Cappella Sansevero di Napoli, 1767).

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