DI DOMENICA IN DOMENICA - a cura di don Giammaria Canu

Domenica, 8 novembre 2020


Attendere, voce del verbo (ric)amare


Dopo l’elogio della scomoda mitezza, l’elogio della sapiente attesa. Me le immagino queste 10 vergini di domenica prossima: assonnate, magari sbuffanti, ma tutte finemente abbigliate per accogliere lo sposo di rientro dalle nozze.

L’attesa, l’abito certo della sentinella che fissa gli occhi nella direzione in cui nascerà il nuovo sole, e mai si è sentito che un sole non sia nato, o abbia tardato o abbia cambiato traiettoria. L’attesa è pure l’abito incerto e sconsolato di Federico, reduce di incidente stradale, ricoverato, operato e in degenza da due settimane senza poter sentire la pelle umida della guancia della mamma poggiata alla sua, accontentandosi delle videochiamate WhatsApp. Ed è l’abito cinto strettissimo, quasi asfissiante, ai fianchi di almeno altre 3 mamme di mia conoscenza che due, tre o quattro volte al giorno verificano tra gli spam se è arrivata la mail del professore che prometteva di intervenire al più presto per liberare i figli da lunghissime giornate passate tra smorfie di dolore, angoscia per il futuro e lacrime di sconforto. È anche l’abito sognatore di ogni bambino, o di un mio amico down, o di quella moltitudine di anziani, popolo trascurato delle case di riposo, che non sanno quand’è domenica, Natale o Pasqua, giorni delle visite gradite, del dolce dopo la frutta o della famiglia intera finalmente riunita dopo giorni, settimane e mesi di soli “assaggi di famiglia”.

Ogni cuore ha una sala d’attesa, meandri faticosi da frequentare perché abitati da paura, ansia, domande, incubi e ricordi, ma sono corridoi su cui inevitabilmente passare e ripassare prima di entrare in stanze luminose già addobbate per la festa. Non esistono scorciatoie per evitare di passare per quelle sale d’attesa. Neanche per la società del consumo rapido e vorace, del desiderio formulato dalla pubblicità prima ancora che tu lo formulassi dentro di te, dei comodi acquisti evasi con un click di mouse (sono anni che non tocco un “topo” da PC, forse anche quello fa perdere tempo, istanti preziosi!). Per ogni opera umana c’è bisogno di attendere, riconciliarsi con la severità del tempo e farne un alleato, è necessario cioè “patire” e «nel mondo nulla di grande è stato fatto senza passione» (Hegel).

È tanto prezioso imparare l’arte dell’attesa alla scuola del proprio cuore e insegnare a chi cresce a diventarne artisti e maestri dei futuri apprendisti. Ogni attesa è atto di amore, sono barili e barili di olio conservato per una grande festa quando sarà il tempo della festa («c’è un tempo per piangere e un tempo per danzare», Qoelet 3,4).

C’è un mestiere, decisamente in disuso, ma che ricalca perfettamente l’arte dell’attesa: la ricamatrice. Uno dei mestieri declinato quasi esclusivamente al femminile, forse perché ha a che fare con la fisiologia uterina capace di predisporsi, fare spazio, creare camere d’aria o sale d’attesa pronte ad ospitare vita, gioia di arti che spuntano, misti a scalciate, preoccupazioni e domande, la cui più grave suona: «sarà questa nuova creatura in grado di trascorrere i giorni riempendoli di vita?». Lo stesso la ricamatrice: gioca d’azzardo, scommette che ogni punto, ogni taglio, ogni cucitura, ogni rammendo facciano crescere il capitale di bellezza nascosto e sospeso tra l’ago e il pezzo di stoffa. Arte, quella del “ric-amare”, che porta nel suo ventre il “verbo della vita” (1Gv 1,1), cioè il verbo “amare”, a cui aggiungere una straordinaria assonanza col sostantivo della pienezza, dell’abbondanza, della “ricchezza”: “ric-amare” è l’arte della “ricchezza dell’amore”, della trama paziente tessuta sull’ordito della passione. È arte dell’attesa, del rischio, della scommessa che un capolavoro aspetta di venire alla luce.

Maria è maestra del ricamo. San Luca, portandola giù dalle nicchie (cit. Curtaz) e intervistandola come il leader di una nuova umanità mentre osservava ridente e innamorata il suo bambino che già tanta bellezza emanava ai primi suoi adoratori, le regala tutto un versetto, (2,19) passato alla storia come un manuale di sartoria teologica e umana da studiare con calma in questa fine di anno liturgico: «Maria, da parte sua, custodiva queste cose, ricamandole nel suo cuore».



don Giammaria Canu


P. Deodato, La sua tavola ricamata con fiori d'arancio, terracotta policroma 2014.

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