DI DOMENICA IN DOMENICA - a cura di don Giammaria Canu

Domenica, 17 ottobre 2021


Difetti di fede.


La pedagogia di Gesù è divinamente azzeccata: basta uno sguardo penetrante di amore per lasciare libero un ampissimo spazio alla libertà di scegliere di accogliere o rifiutare quell’amore. L’inquietudine di quel tale del Vangelo di domenica scorsa e la bizzarra domanda dei figli di Zebedeo domenica prossima incrociano un fortissimo desiderio di Gesù di potare tutto ciò che rimpicciolisce la porta del Paradiso fino a farla diventare la cruna di un ago, quasi invisibile agli occhi, figuriamoci da attraversare con un cammello (per i chili di interpretazioni dell’immagine biblica del cammello e della cruna dell’ago, c’è solo da perderci tempo e scegliere quella che è più simpatica e/o utile a capire che “è difficile che un ricco entri nel regno dei cieli” a causa della sua obesità materiale). Gesù vuole educare (nel senso di ”tirare fuori”) ad azzeccare la propria idea di felicità (la “vita eterna” per il giovane ricco e le postazioni eterne privilegiate per i fratelli Giovanni e Giacomo). Vuole educare a “non cercare la felicità, semmai a proteggerla” (Abbi cura di me di Cristicchi), perché è già nel corredo umano. Ma vuole soprattutto dichiarare guerra alla tentazione farisaica di una felicità e di un Dio a caro prezzo: il cristianesimo non è gara a guadagnarsi Dio, ma ricerca interiore e inquieta di un Dio che ha già messo la tenda nella mia vita. Niente da meritare, ma tutto da scoprire. Dio, la felicità, la vita eterna ci sono già e ogni tanto si fanno sentire, fanno capolino e rispettando in ginocchio la nostra libertà aspettano solo che noi ci sbarazziamo di tutte le corazze che ci rendono impermeabili, indifferenti e sordi alla loro voce.

La storia dell’uomo ricco ma dal cuore irrefrenabilmente assetato testimonia il corto circuito più comune degli uomini e delle donne di fede: non riuscire a cedere davanti ai continui tentativi da parte di Dio di avere la precedenza in amore. Dio ama sempre per primo ed è prima di ogni nostro desiderio di amore. È perfettamente inutile investire la nostra religiosità in complessi sistemi di rinunce, sacrifici, devozioni senza aver prima aperto qualche squarcio di vita grande quanto la cruna di un ago all’Immenso Amore di Dio. «Una cosa sola ti manca»: tutto! Manca anche a noi come a lui, di rinunciare alla domanda «cosa devo fare per avere?» e sostituirla con fatica, ma con tanto frutto, con l’esclamazione: ecco, qui c’è già passato Dio! Prima che io fossi, Lui era già lì! Ecco, qui c’è Dio che mi stava aspettando! e dove c’è Dio c’è vita eterna e felicità.

Tutto sta nel “lasciarsi amare”, arte tanto feconda quanto faticosa perché operata nella zona d’ombra della mia interiorità. È fede riconoscere Dio all’opera e sperimentare sulla propria pelle una delle sue caratteristiche migliori: la gratuità. Quando fissa e ama quel giovane, Gesù penetra fino al suo cuore e gli fa scoprire di aver sbagliato Dio. E quando i figli di Zebedeo gli chiedono si sedere (chissà che noia!) uno a destra e uno a sinistra nella gloria, Gesù li stronca subito: «voi non sapete quello che chiedete». Anche loro hanno sbagliato Dio! Certamente non lo sapevano, come non sappiamo noi cosa diciamo, cosa chiediamo e cosa facciamo tutte le volte che imbastiamo la nostra “vita religiosa” di sforzi per attirare l’attenzione di Dio.

Insomma. C’è da rinnovare l’incontro con Gesù, più che moltiplicare le nostre cose da fare per lui. E l’incontro necessita di occhi capaci di riconoscere che «divino son io dentro e fuori, e rendo santa qualsiasi cosa tocco o che mi tocca» (Whitman).

Le cose da fare e i posti in cielo da occupare rischiano di diventare scorciatoie che tagliano il tratto di strada abitato dalla fonte della vita e della felicità eterne. Solo incrociando lo sguardo di un Dio gratuito che mi fissa e mi ama sono capace di vera gratuità e «l’amore di Dio è perfetto in me» (1Gv 4,12). C’è giusto da non chiudere mai il rubinetto della sorgente dell’amore.



don Giammaria Canu


A. Rublev, Icona di Cristo Salvatore (inizi XV sec.).

Il volto di Cristo lega la perfezione della divinità evidenti soprattutto nella maestà e nella forza dello sguardo con la delicatezza e la remissività dell’umanità accennata dal sorriso carico di benevolenza.

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