DI DOMENICA IN DOMENICA - a cura di don Giammaria Canu

Domenica, 3 Aprile 2022.


Storie riuscite.


Un figlio che parte negandosi la vita e togliendola al padre, poi ritorna restituendo la vita al padre, il quale, prodigo d’amore, la ricuce addosso al figlio. Una donna rea di essere stata colta (scoperta) in flagrante adulterio e perciò lapidabile a morte e Gesù che ne ra-coglie i pezzi di vita ancora pulsante per restituirla intera alla vita, mentre porta allo scoperto i brandelli di morte che pendono dai cuori duri come pietra dei lapidatori. Questo avviene cucendo assieme i vangeli di domenica scorsa e di domenica prossima: il padre misericordioso e l’adultera restaurata.

Storie di cuciture e sfaldature, strappi e rattoppi, ricami e sfilacciamenti. La Storia è ghiotta di queste storie. Va a cercarle col lanternino, le posiziona sotto i riflettori (giusto il tempo di farne parlare un po’ nei salotti pettegoli), osa ergerle a paradigma di ogni altra storia e poi evaporano: nelle storie con gli uomini non ci sono prototipi, ma solo sorprese. Ogni storia è prototipa a se stessa. Ogni storia è originale, esattamente come il peccato originale, che nient’altro è se non la presunzione di dire: adesso ho imparato tutto dalla storia, posso fare a meno di Dio (missa’ che questa guerra è proprio l’edizione più aggiornata del peccato originale, come un suo upgrade!). E invece, nella vita o si vince o si impara, non si perde mai, ma quello che si impara è che non smettiamo mai di imparare. Un proverbio di alta levatura culturale (!) dice: s’impara fino alla bara…

Perché da ogni storia s’impara un pezzetto, si aggiunge un rattoppo, si dilatano le possibilità del cuore, si custodisce un piccolo capitale da spendere nelle storie a venire.

La Bibbia ci ha provato a raccontare tante storie di uomini. Ce ne sono più o meno 200. 200 romanzi pronti ad essere letti, o meglio vissuti, o meglio ancora, pronti ad essere cuciti addosso al romanzo della vita di ciascuno dei lettori. Sentite il buon Umberto Eco: «Chi non legge, a 70 anni avrà vissuto una sola vita: la propria. Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c’era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l’infinito… perché la lettura è un’immortalità all’indietro». Quelle della Bibbia, sono storie di gente che ha visitato gli abissi ed è tornato indietro a raccontare, toccato il fondo e riemerso, strappato e ricucito con tanta pazienza e con l’aiuto di buone “mani di fata” (spero esista ancora la rivista di ricamo con questo titolo!). E in fondo, servono cristiani con ago e filo per una chiesa sinodale e per un’umanità sinodale.

Papa Francesco lo scorso 25 marzo ha colto bene il ruolo del battezzato davanti alla guerra: «Un cristiano che non ama è come un ago che non cuce. Punge e fa del male ma non unisce i tessuti e non serve a nulla». Siamo fatti per cucire. «Mi chiedo: cosa vuol dire cucire? Un ago entra ed esce da qualcosa lasciandosi dietro un filo segno del suo cammino che unisce luoghi e intenzioni. Le cose unite restano integralmente quelle che erano, solo attraversate da un filo. Più che saldare e incollare, che portano insieme estraneità, il filo unisce come si unisce guardando o parlando. Niente è fisicamente trasformato. Le cose unite restano integralmente quelle che erano. Solo attraversate da un filo. Esplorazione non presa di possesso»: geniale Maria Lai! Cucire è un sopravvivere ancestrale, molto più che cacciare, cucinare e mangiare.

Del vangelo di domenica prossima, mi impressiona e interroga il bisogno del vuoto per ripartire: è anche il vuoto della pancia del figlio giovane sprofondato nella carestia del paese lontano, ma è soprattutto il vuoto che Gesù fa attorno alla donna: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata». Vuoto di pietre, sguardi, mani e soprattutto vuoto di legge (vacatio legis): vuoto di ogni sentenza che condanna al vuoto della morte (horror vacui). È in quel vuoto, nella cruna dell’ago, nell’interstizio tra un filo e l’altro, nel respiro tra trama e ordito che si infila Gesù, l’ago che punge la storia per cucirla eternamente al suo Dio. Gesù: l’artista tessitore e scultore di storie.

Anche su questo è preziosa Maria Lai, famosa per aver intrecciato scultura e tessitura: «C’è bisogno del silenzio perché si compia lo sguardo: è sul vuoto che gioca tutta la scultura. Non gioca sul pieno, solo sul vuoto». Proprio come la tessitura e il ricamo che godono di ogni spazio vuoto e ci si infilano.

Benedetta quella vita vuota che si lascia attraversare da un ago sapiente e un filo robusto: ogni vita ricucita è vita riuscita.



don Giammaria Canu


Maria Lai, Il muro del groviglio (Ulassai, 2004).

Cucito e donato all’eternità del calcestruzzo e degli occhi dei viandanti che su quel muro possono leggere i propri grovigli. La frase la lascio alla vostra attualizzazione…

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