DI DOMENICA IN DOMENICA - a cura di don Giammaria Canu

Domenica, 17 Aprile 2022.


Presente!


Il vangelo della Domenica delle Palme consente di rispondere “presente!” all’appello di Dio. Nessuno si può dire estraneo a quei racconti della passione. «Sono nato diecimila anni fa», diceva Paulo Coelho, cioè, sono anello di una catena iniziata migliaia e migliaia di anni fa, costruita tessera dopo tessera e ora tutte quelle storie sono il mio bagaglio, ciò che io ho ereditato dalla vita. Ero presente fin da quando Adamo ed Eva decidevano con un capriccio di fidarsi del serpente e chiedere a Dio un risarcimento morale per averli creati imperfetti e inferiori a Lui; io c’ero quando Dio promise ad Abramo una numerosa discendenza ma senza alcuna garanzia che la fede sarebbe stata incrollabilmente legata al suo Dio; c’ero per 400 anni in Egitto e 40 anni nel deserto quando il Dio della liberazione prendeva per mano i suoi figli ribelli, sbruffoni e “sbuffoni”; c’ero ai tempi di Gesù, dei pastori e dei re Magi, dei suoi discepoli e dei farisei, di Erode e di Pilato e perciò c’ero sotto la croce e a fianco del Crocifisso («Gesù [attenzione, piccolo grande dettaglio: solo il Buon Ladrone ha chiamato Gesù col suo nome proprio], ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». «Oggi sarai con me in paradiso») e c’ero anche davanti alla tomba vuota e al Cenacolo: “presente!” in quel primo Venerdì Santo e “presente!” in quel Giorno di Pasqua («questo è il giorno che ha fatto il Signore, rallegriamoci ed esultiamo!»), quell’“Oggi” eterno che ha cambiato la storia, quel vuoto tombale che assorbe, risucchia e attrae a sé tutti gli altri nostri “oggi”: il futuro ormai non è più incerto, ma è il futuro pieno e buono di Dio e delle sue promesse. Insomma, da quella Pasqua, noi cristiani speriamo e pretendiamo da Dio che i nostri giorni non siano più tutto ciò che la vita ha da offrirci. C’è dell’altro, e quest’altro è roba buona!

Mentre le immagini di morte non cessano di riempire i nostri occhi, confermiamo proprio il più grande miracolo della storia, ereditato da quella tomba vuota: com’è possibile che di fronte a tanto male, tanta cattiveria, il mondo non sia già finito? Domanda eterna e risposta infinita: «per questo gioisce il mio cuore ed esulta la mia anima; anche il mio corpo riposa al sicuro, perché non abbandonerai la mia vita negli inferi, né lascerai che il tuo fedele veda la fossa» (Sal 16). Il nostro Dio conosce i limiti dei figli e non lascerà che qualcosa possa annientare completamente il cuore dell’uomo. Sempre ci sarà qualcuno che da buon testimone della Pasqua regalerà possibilità nuove all’umanità: «Non ho mai dubitato che in mezzo a tutto questo scempio umano ci dovesse essere qualcuno come lei, ma ora lei c’è realmente, e la mia gioia straordinaria per questo durerà sempre» (lettera di Cristina Campo a Hannah Arendt).

Il Dio della risurrezione non si scandalizza delle contraddizioni del suo mondo e dei suoi figli nel mondo, ma sa che tutto, ma proprio tutto, «concorre al bene, per coloro che amano Dio» (Rm 8,28): «il primo venerdì Santo, non ha fatto che portare definitivamente alla luce, stagliandosi su quel mare di tenebre, ciò che è sempre in atto e continua incessantemente a rinnovarsi: lo scandalo, la follia della croce, come lo chiama San Paolo, il quale vi soggiunge però subito che proprio questa pazzia è invece la sapienza e la forza di Dio per coloro che credono» (Karl Rahner).

È proprio così la nostra storia: un ingorgo confuso di fallimenti cuciti assieme da quell’immenso sarto che è Dio e dalle sue promesse pasquali. La Bibbia stessa racconta una sequela di «vicende fallimentari non solo per gli uomini, ma anzitutto per Dio. Un Dio sconfitto, un Dio senza onnipotenza, ma di cui siamo condannati a parlare, se non altro perché non è facile nemmeno non parlarne più» (Sergio Quinzio). Il futuro definitivo è già iniziato. La Pasqua lascia intravvedere che la storia universale ha una sua forma e una sua inesorabile direzione; che la realtà è infinitamente più vasta di ciò che si vede; che Gesù è come quella «testa della carovana, che ha già toccato la meta e annuncia con grida di giubilo a quelli che stanno ancora in cammino: siamo arrivati, abbiamo raggiunto la meta ed è così come l’avevamo sperata» (ancora Rahner).

A questa “carovana” (che in greco si dice “sinodo”) io dico: presente!


don Giammaria Canu


Filippo Rossi, Quando sarò innalzato da terra (Firenze, 2012).

La contraddizione del Sabato Santo, sospeso tra il venerdì e la domenica, è il più onesto simbolo del quotidiano: i nostri giorni lignei, grezzi e scheggiati ospitano una direzione dorata. Legno e oro sono abbracciati dal lino finissimo della tomba vuota: la nostra vita è già nel segno della Pasqua, e questa direzione è irreversibile.

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