DI DOMENICA IN DOMENICA - a cura di don Giammaria Canu

Domenica, 8 Maggio 2022.


Roba da pastori.


«Voi avete il fiuto della realtà, ed è una cosa grande. Il fiuto che aveva Giovanni: appena visto lì quel signore che diceva: “Buttate le reti a destra”, il fiuto gli ha detto: “È il Signore!”. Era il più giovane degli apostoli. Voi avete il fiuto: non perdetelo! Il fiuto di dire “questo è vero – questo non è vero – questo non va bene”; il fiuto di trovare il Signore, il fiuto della verità. Vi auguro di avere il fiuto di Giovanni». Queste parole sono il regalo della scorsa Pasquetta di Papa Francesco a 80mila giovani italiani. Sono il suo commento della stessa pagina del Vangelo che abbiamo incontrato domenica scorsa.

I Vangeli del Tempo di Pasqua sono Vangeli di incontri: raccontano di protagonisti che si imbevono della vita del Risorto profumando di risurrezioni la propria vita e quindi raffinano il fiuto della realtà, quella nascosta ma quella più vera, quella più fragile ma quella più viva.

Sono Vangeli che incutono il sospetto che «anche in una foglia d’erba è nascosto l’infinito» (Whitman). Iniettano il presentimento che Dio sia veramente abbracciabile e che anzi è Lui l’“onniabbracciante” (Jaspers), che tutto abbraccia, tutto regge e tutto tiene insieme. Il Risorto è proprio la certezza che Dio ha sulle spalle il mondo, non come un Sisifo frustrato che per punizione di Zeus deve riiniziare sempre d’accapo la sua salita spingendo un grande masso, ma come un Pastore bello, buono, l’unico vero “pastore dell’essere” (Heidegger) felice di portare eternamente sulle spalle le sorti dell’umanità così controverse, aggrovigliate e incerte.

Il Buon pastore conosce la vita, la storia e i rischi delle sue pecorelle. Siamo carichi di tanta luce, ma anche zeppi di infinte ombre. Ciascuno di noi ha il bisogno di essere abbracciato, di essere confermato nella vita. Abbiamo bisogno di qualcuno che ci rassicuri sul fatto che siamo vivi e non siamo soli. Possiamo scrivere delle magnifiche poesie e sentirci coccolati dall’universo, assistere estasiati ad un tramonto e un istante dopo possiamo sentirci le persone più sole, più insignificanti, abbandonate, trascurate e meno amate della storia. La vita, la realtà, i nostri giorni richiedono solo una cosa: essere presi sul serio, essere vissuti sul serio, essere custoditi con grande cura.

In questo tempo condito di pandemia e di guerra abbiamo fatto ripetizione della disciplina più difficile che ci sia da studiare: l’arte di non sentirsi onnipotenti. Vivere è un lavoro difficile, esigente che cerca sempre di tutelarsi dal vortice del non senso e di svincolarsi dai morsi del male. Ogni uomo soffre la nostalgia della serenità, della tranquillità, della pace. Vive imbrigliato nel groviglio di contraddizioni, di accelerazioni e di sorprese che quotidianamente lo inquietano. Vorrebbe vincerle tutte e subito, ma non ci riesce. Il mondo di oggi sembra aver perso anche la capacità di chiedere aiuto: così coperti da assicurazioni, fiduciosi che il denaro possa agevolarci la vittoria e così assistiti dalla tecnica come siamo, viene difficile far entrare nella nostra storia personale il Dio di Gesù, il Pastore affascinante. Eppure, è sempre lì, lui. Pronto a portarci sulle spalle, a scommettere sulla nostra riuscita, a tifare per la nostra vittoria. Dio vive in attesa, «in agonia» (Pascal) finché le pecorelle non beleranno per essere prese in braccio. Non conta nella vita vincere il male, conta invece avere qualcuno che ci porti in braccio proprio mentre attraversiamo il male! Non importa essere onnipotenti, ma alleati dell’Onnipotente. E se non impariamo quest’arte, potremo pure essere ottimi chirurghi nel combattere il male, ma al capitolo successivo della storia se ne ripresenterà un altro e poi un altro ancora. Quando impareremo l’arte di tuffarci sulle spalle del Buon Pastore? Dio c’è ed è bellissimo (nuovo ottimo testo di Paolo Curtaz); Dio c’è e fa la storia con noi (ha recentemente risposto Carrón a Galimberti nel libro-dialogo Credere); Dio c’è ed è Amore (1Gv 4,16).

Il realismo inaudito del cristianesimo risiede proprio nel fatto che è Dio che cerca l’uomo e «dà carne e sangue ai concetti» perché «Dio stesso insegue la “pecorella smarrita”, l’umanità sofferente e perduta» (Deus caritas est, 12). I concetti dei filosofi, le immagini dei poeti e le prediche dei preti hanno una carne, quella di tante pecorelle ad alto rischio di perdizione che tanto fanno vibrare e spaventare il cuore del Buon Pastore, impegnato a non mandare a rotoli la promessa: «non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano». Insomma: può stare tranquillo De André che suggeriva al Buon Pastore: «Dio del cielo se mi vorrai amare, scendi dalle stelle e vienimi a cercare». Già fatto!



don Giammaria Canu


A. Rodin, Cattedrale (1908), due mani destre come due campanili di una cattedrale, una femminile a forma di coppa per ospitare il mistero e una maschile affusolata e sporgente verso l’alto per indirizzare la vita verso l’infinito. Sono i due volti del Buon Pastore: abbracciante e eternizzante.

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