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DICEVANO I PADRI - a cura di don Giammaria Canu

Domenica, 14 aprile 2024.


L’eterno in sosta.


Che potente l’immagine del cuore ardente dei due discepoli che da Emmaus ritornano a Gerusalemme dopo aver camminato con un Viandante che scopriranno essere il Risorto che spiega (srotola) la storia e spezza il pane. Emmaus è come un’officina per il cuore: un buon meccanico ha riparato il motore e ora può correre a raccontare agli altri cuori passati per lo stesso manutentore. Adesso quei cuori parlano la stessa lingua, quella dell’alfabeto pasquale delle ferite, della pace, del perdono, della vita eterna. E sono cuori accesi, oleati e ben infiammati: respirano aria nuova e nessuno più li ferma.

Il Vangelo di domenica scorsa parlava di incontri e anche questa prossima domenica Luca ci parla di incontri “intavolati” dal Risorto: anche Gesù ha studiato l’alfabeto degli uomini e ha imparato che sono gli incontri a mettere in moto i cuori, non le idee, i discorsi o le conferenze. La Pasqua lo rende un “universale concreto” (von Balthasar), incontrabile e a portata di tutti. Adesso, tutto Dio è disponibile ad ogni uomo. L’infinito nella storia di ogni uomo, l’eterno nell’incontro, il tutto in un frammento (ancora von Balthasar). Quelli del Risorto, poi, sono incontri che non giudicano, non chiedono, né obbligano, ma sono incontri che donano: Gesù non viene mai a mani vuote. Offre tutto e si mostra innamorato della nostra libertà ad accogliere o rifiutare. Innamorato persino dell’incredulità, della nostra ribellione ad ogni sua epifania, della nostra paura di essere rimproverati.

E come si presenta Gesù quando l’entusiasmo cala e le argomentazioni del male, della paura e dei sensi di colpa diventano più convincenti? Semplicemente “sta in mezzo”, si immischia, si coinvolge interamente senza possibilità di fuga. Davanti alla paura, al fallimento, alla sconfitta, alla ferita Gesù sosta con grande venerazione. Un bel compito anche per noi cristiani: davanti al male che aggredisce un amico, bisogna sostare, saper-stare. E io so-stare solo se smetto le risposte facili e pronte. Io so-stare proprio perché soluzioni non ne ho. So-stare quando anche io mostro le mie ferite: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho». Ognuna di quelle ferite era una domanda, una domanda di vita, un senso (una direzione, un significato e un sapore) alla vita: le domande, quelle vere, sono come delle fessure da cui entra luce. Come nel corpo di Gesù: è dalle ferite che penetra la Pasqua. Se al posto delle domande/ferite Gesù avesse mostrato solo la gloria, si sarebbe posto più o meno in questo modo: «tenete duro, figlioli miei, arriva anche per voi il momento della gloria, del riscatto, della Pasqua… e se proprio non resistete, prendete un buon bicchiere di cicuta, salutate tutti e venite da me». E invece, no: è attraverso le ferite che passa (pesach in ebraico) la Vita. La cosa sconvolgente della Pasqua è che non siamo noi a passare, a varcare la soglia, a sforzarci per attraversare, ma è Dio che l’ha fatto per noi, è Dio che non ci aspetta al varco, ma viene a visitare e a sostare nel cuore ferito della nostra storia: a me spetta ospitare, accogliere, abbracciare il Risorto che (so-)sta da me, mangia da me come un amico (per quello gli offrono del pesce arrostito: perché con amici pescatori non poteva essere diverso il menù!).

Tornando alle mani: la fede pasquale non è questione di prendere, ma di accogliere. Le mani del Risorto non sono mani che vogliono acchiappare più adepti possibili, ma mani che vogliono donare e che non aspettano altro che altre mani concave, capaci di accogliere e lasciare a Dio fare Dio. Questo raccontano le mani ferite di Gesù: la storia di un uomo acchiappato, tradito (dal latino tradere “consegnare”), acchiappato e maltrattato fino ad inchiodare quelle mani sul legno, immobilizzarle, impedire di continuare a guarire, accarezzare e abbracciare. Quelle ferite riassumono le ferite di ogni forma di male che aggradisce l’uomo cercando di possederlo, immobilizzarlo e frenarlo. E invece da quelle mani ferite parte proprio la storia della Pasqua di ciascuno di noi: accogliete Dio con le sue ferite e portatelo «a tutti i popoli, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni». Ecco infine la promessa: una promessa ben più alta ogni desiderio umano, ma «Dio non esaudisce tutti i nostri desideri, ma tutte le sue promesse» (Dietrich Bonhoeffer). Per questo San Beda (VIII sec.) commenta così il miracolo della Pasqua che quando giungerà alla pienezza della Pentecoste trasformerà i discepoli in impavidi testimoni: «furono rivestiti dall’alto di maggiore potenza dello spirito quando lo ricevettero in lingue di fuoco e grazie a lui furono tanto infiammati di fiducia nella loro forza, che nessun timore di principi impedì loro di parlare a tutti nel nome di Gesù».


don Giammaria Canu




M. Preti, Cristo incontra i discepoli (1675).

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