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DICEVANO I PADRI - a cura di don Giammaria Canu

Domenica, 12 maggio 2024.


Dio, tutto in tutti, e tutti in Dio.


Questa settimana iniziamo da un prezioso testo di san Gregorio Magno a commento dei miracoli che Gesù concede di fare a coloro che invia nel mondo proprio prima l’Ascensione al cielo: «Forse, fratelli miei, dovete considerarvi senza fede perché non operate questi prodigi? Essi furono necessari ai primordi della Chiesa perché la fede doveva essere alimentata dai miracoli per poter crescere. Anche noi, del resto, quando piantiamo degli alberi dobbiamo annaffiarli finché li vediamo ben solidi nel terreno, e appena hanno fissato le radici smettiamo di somministrare l'acqua... La santa Chiesa compie ogni giorno in forma spirituale ciò che faceva allora concretamente mediante gli apostoli. Quando infatti i suoi sacerdoti con la grazia dell'esorcismo impongono le mani ai fedeli e impediscono agli spiriti maligni di prendere dimora nelle loro anime, cosa fanno se non scacciare i demoni? E i cristiani che, abbandonate le dottrine mondane della vita di un tempo, che celebrano i santi misteri e annunciano con tutte le loro forze le lodi e la potenza del Creatore, che altro fanno se non esprimersi in lingue nuove? Quando poi con buone esortazioni spengono la malizia nel cuore degli altri, eliminano i serpenti. Quando sentono parole malvagie e suadenti senza farsi trascinare al male, prendono, sì, bevande mortifere, ma non ne subiscono danno... Questi prodigi sono ancora più grandi perché di ordine spirituale, e perché attraverso di essi vengono ricondotti alla vita non i corpi ma le anime fratelli carissimi. Voi pure potete compierli - se lo volete - con l’intervento di Dio».

Nei Padri della Chiesa, in quei primi secoli del cristianesimo, è evidente il passaggio dalla vista al cuore, dalla lettera allo Spirito, da Gesù della storia al Gesù della mia storia. Ormai Gesù è asceso e la sua presenza prende altri connotati, quelli più intimi e universali della nostra dimensione più nascosta, ma più vera. Per questo, Gesù nella pagina di domenica propone un Vangelo che supera i confini («andate in tutto il mondo… e proclamate ad ogni creatura»), che non si lascia confinare né acchiappare, capace di entrare in ogni animo umano, capax Dei e perciò capax Evangelii (capace di accogliere il Vangelo). E finché nasceranno esseri umani dotati di cuore, il Vangelo diventa cibo, nutrimento per ogni uomo. Forse per questo Marco non mette in scena l’ascensione all’aria aperta, in un alto monte, ma «mentre erano a tavola», quasi a lasciarli in quel rituale stupendo che è l’atto del nutrirsi, di cibo, di parole, di sguardi, di intimità, di amicizia, di confidenze, di tempo donato, di racconti e di sorrisi, di sogni e di speranze, tutte cose presenti nel menù “Vangelo”.

Come interpreta san Gregorio, il Vangelo è accessibile a tutti perché tutti siamo all’altezza della Vita, quella vera, quella profonda che germoglia, quella capace di miracoli come scacciare demòni, parlare lingue nuove, prendere in mano serpenti, bere qualche veleno, ma non averne nessun danno; imporre le mani ai malati e guarirli… Che per Gregorio sono il segno che «il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano». Il messaggio è chiaro: «Cristo non ha mani, ha soltanto le nostre mani, per fare oggi il suo lavoro. Cristo non ha piedi, ha soltanto i nostri piedi, per guidare gli uomini sui suoi sentieri. Cristo non ha labbra, ha soltanto le nostre labbra, per raccontare di sé agli uomini di oggi. Cristo non ha mezzi, ha soltanto il nostro aiuto, per condurre gli uomini a sé oggi. Noi siamo l’unica Bibbia, che i popoli leggono ancora, siamo l’ultimo messaggio di Dio, scritto in opere e parole» (secondo un adagio medievale).

D’altra parte, altrettanto preziosa è l’intuizione di sant’Agostino a commento dell’Ascensione di Gesù: «Non dubitate che ora l'uomo Cristo Gesù è (attualmente) lì donde tornerà sulla terra; tieni a mente e attieniti fedelmente alla professione di fede cristiana: che cioè Cristo è risorto dai morti, è asceso al cielo, siede alla destra del Padre e non da altro luogo ma solo di lì tornerà a giudicare i vivi ed i morti. Egli inoltre tornerà, secondo l'affermazione degli angeli, allo stesso modo in cui fu visto salire al cielo, cioè nel medesimo aspetto e nella medesima sostanza della carne, alla quale conferì bensì l'immortalità ma senza spogliarla della sua natura. La Sacra Scrittura, poi, afferma che in lui noi viviamo, ci muoviamo e siamo, eppure non siamo dappertutto come lui; ma in modo diverso è in Dio l'uomo Cristo, poiché anch'egli come Dio è diversamente nell'uomo, cioè in modo del tutto proprio e singolare, poiché l’Uomo-Dio è un’unica persona e tutte e due le nature formano un unico Cristo Gesù, il quale è dappertutto perché è Dio ed è in cielo perché è uomo».

Insomma: Dio tutto in tutti, e tutti in Dio.


don Giammaria Canu




A. Rodin, Mano di Dio. (1908).

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