Riflessione sulle ultime iniziative dell’autorità vaticana sull’operato della Diocesi



IL PREZZO DELLA CARITA'.

Sentinella, quanto resta della notte? (Is 21,11). Mi rimbalza nel cuore un’efficace interpretazione di un confratello prete che invita la diocesi intera a guardare il fango gettato addosso come speciale esperienza per vivere bene questi ultimi scampoli di Quaresima 2022. Poi, mentre assisto ad un secondo rimbalzo, rifletto e capisco di stare, sì, nel deserto della Quaresima, ma con la tentazione sinuosa e suadente di abituarmi al male e alla menzogna pur di sopravvivere, stare tranquillo e rilassato, lasciare che la giustizia compia il suo corso e il corso della giustizia travolga il bene che persone concrete, che mi passano ogni giorno davanti agli occhi, compiono infaticabilmente. «Io non cedo alla tentazione di fare lo spettatore della menzogna che incalza», mi sono detto proprio mentre mi scorrono davanti i volti dei volontari Caritas che a 100 metri dal mio Episcopio operano con raro spirito di dedizione e cura, a volte azzeccando le mosse con sapienza e altre volte costretti a dire col cuore lacerato «mi dispiace, oggi solo questo!». Ovviamente, se io resto chiuso in Episcopio (che in greco vuol dire: dimora di colui che è chiamato a sorvegliare dall’alto!) non si sente il brusio dei padri e mamme di famiglia che al portone della Caritas chiedono pasti, vestiti e soprattutto lavoro (perché l’umanità di questa parte della Sardegna, posso garantirvi che raramente si accontenta di puro assistenzialismo). Non si sente se non scendo dall’Episcopio, attraverso la mia Cattedrale salutando il Padrone di casa che è anche il Padre mio e di quei poveri feriti dalla vita e li incontro lì sulla strada. Non mi voglio abituare a leggere nei giornali che la diocesi di Ozieri ha usato i soldi dei poveri per arricchire singole persone. Ma se questo è il “prezzo della carità”, che è un altro modo per dire “il prezzo della gratuità” (uno dei più putridi ossimori mai apparsi sulla faccia della terra), io non dismetto i panni del Vescovo, dell’“Episcopo”, quello che veglia dall’alto ma coi piedi nel fango, della sentinella che sa che anche per questa notte sta per arrivare il riscatto del sole impegnato a regalare luce ad altre parti del mondo, ma che quando passa non si distrae né si dimentica che uno dei suoi compiti è quello di scacciare via la notte. Di una cosa sono sicuro: se inquirenti o coloro che stanno compiendo oggi accertamenti sulla diocesi conoscessero i nomi e i volti delle persone che hanno fatto a me Vescovo, a don Mario direttore della Caritas, a Tonino presidente della SPES, e alla Chiesa intera, un bel sorriso all’annuncio che, grazie ai soldi della CEI potevano lavorare, sudare e sperare, avrebbero altre valutazioni da fare. Se i giornalisti potessero intervistare le persone sollevate da incubi della vita che oggi grazie a questa accoglienza sanno della loro riconosciuta dignità, contribuirebbero a distruggere il pesante e soffocante sospetto. Sono un gruzzoletto di una settantina di persone, sicuramente non la totalità e neanche la metà di chi bussa alle porte della Caritas, che portano a casa ogni giorno il dono più bello che Dio ha chiesto alla Chiesa di dare agli uomini: la vita. Sentiamo anche come presbiterio diocesano di custodire con intelligente e affettuosa cura il prezioso tesoro dei poveri che serviamo. Rigettiamo con forza e serenità l’accusa blasfema e scandalosa di servirci dei poveri. E ora tremo al pensiero che, assistendo alla nascita della nuova “Cittadella della carità”, per ogni mattone posato possa esserci il rischio di essere perseguiti per aver compiuto un illecito burocratico o, ancora peggio, che chiunque ci metta piede possa sentirsi addosso il peso di aver rubato ad altri poveri opportunità di riscatto sociale. Eppure, il cantiere andrà avanti, anche perché è nello stile della Chiesa così come Gesù l’ha inventata essere per natura il “continuo cantiere della carità”. A ridosso della Pasqua, col fiato sospeso per l’emergenza umanitaria che rigurgita da questa inutile guerra, penso anche di poter invitare a riflettere col cuore esattamente su questo punto: quanto costa ogni gesto, ogni sguardo, ogni parola di carità? Che prezzo ha la felicità di una famiglia che grida aiuto? Sapevamo che la carità e la felicità sono preziose, ma non sapevamo che fossero così care. O meglio: a noi sono veramente care, ci interessano (we care, urlerebbe don Milani) e, mentre ci vergogniamo a nome delle settanta famiglie offese perché avrebbero intascato indebitamente soldi destinati alla carità, chiederemo sempre la grazia al Signore di non smettere di fare il bene e anzi di continuare a “fare bene il bene”, con correttezza, trasparenza e rispondendo al male e alla menzogna con un bene ancora più grande.

+don Corrado vescovo





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