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LA DOMENICA SULLE SPALLE DEI GIGANTI - a cura di don Giammaria Canu

Domenica, 26 Marzo 2023.


Forte come la morte è l’amore.


«Mettimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio; perché forte come la morte e l’amore» (Ct 8,6). Così l’amata del Cantico dei Cantici conclude le sue richieste all’amato: con la scoperta che non si scende in campo di battaglia contro la morte se non avendo stipulato alleanza con l’amore.

È la certezza di Gesù che si sente chiamato non come Messia, né come Rabbì, né come Guaritore, ma come l’“Amante”: «Colui che tu ami è malato». Al centro del Vangelo di domenica prossima non sta il miracolo (termine a cui l’evangelista Giovanni è allergico perché potrebbe diventare un falso amico della fede se interpretato come “effetto speciale di un supereroe”) sta l’amore che lega Gesù a Lazzaro. Lazzaro non viene chiamato col suo nome ma come “l’amato”: Gesù piange per lui e quelle lacrime diventano la più alta dichiarazione d’amore di Dio. Diventano il sigillo che Dio mette sulla promessa: questa malattia è per la gloria di Dio e la gloria di Dio è l’uomo che vive, che finalmente vive veramente. Il segno della risuscitazione (per alcuni studiosi: “rianimazione”) di Lazzaro non è latro che la firma di Dio sulla promessa che l’amore è più forte della morte! Lazzaro morirà di nuovo, ma quel suo ritornare alla vita di prima grazie al passaggio dell’amore è il segno che l’amore può trasportare alla vita vera per cui noi siamo fatti: la vita eterna con Dio. E questo vuol dire che la risurrezione non è un nostro desiderio, ma un gran desiderio di Dio che non può vivere la sua eternità beata di Padre senza l’eternità beata dei suoi figli. Questo è certo per Gesù: non è la vita che vince la morte, ma l’amore. La morte può schiacciare la nostra vita di polvere ma non può niente contro la vita eterna che l’amore fa pregustare. Per questo Gesù si ribella prepotentemente contro la morte dell’amico Lazzaro.

È la stessa certezza della Vita nova di Dante che approda nella terra inesplorata dell’amore, l’unico elemento della vita terrena che non mente sulla verità del nostro destino: siamo fatti per un’altra vita e non può che essere la stessa vita di Dio. L’ultimo sonetto che viene raccolto in questo capolavoro dello stilnovismo è intriso della consapevolezza che l’amore (di cui quello per Beatrice è per Dante la massima espressione) pone l’uomo nello stesso punto d’osservazione di Dio:

Oltre la spera che più larga gira

passa ’l sospiro ch’esce del mio core:

intelligenza nova, che l’Amore

piangendo mette in lui, pur su lo tira.

Quand’elli è giunto là dove disira,

vede una donna, che riceve onore,

e luce sì, che per lo suo splendore

lo peregrino spirito la mira.

Vedela tal, che quando ’l mi ridice,

io no lo intendo, sì parla sottile

al cor dolente, che lo fa parlare.

So io che parla di quella gentile,

però che spesso ricorda Beatrice,

sì ch'io lo ’ntendo ben, donne mie care.

Provo a darne una lettura illuminandolo col Vangelo di domenica prossima: il cuore è rapito in un mondo infinitamente più alto, più alto dei cieli e delle sfere celesti; e lo struggimento del distacco fisico (Beatrice è già morta) irrorato da lacrime di dolore inaugura un’intelligenza nuova, cioè uno sguardo interiore verso l’intimità, il recondito, il nascosto, il proibito senso di ogni cosa; e appena giunto lì dove il desiderio trova la sua pace, solo lì appare la donna talmente luminosa che dall’interno lo spirito vagabondo in cerca di quiete viene subito acchiappato a “mirare” (verbo potentissimo che evoca l’eterno in Dante come in Leopardi, visto che la rima col “tirare” richiama l’idea dell’amore che strappa lo sguardo dal basso verso l’eternità); ci sono parole ma sono così sottili da comprendere che il cuore si carica di dolore nell’intuire che si parli di Beatrice, ma che serva molto di più per riconoscerne i contorni ormai confusi nella sua “vita nova”. Servirà la Commedia a Dante per assistere al vero trionfo dell’«Amor che move il sole e l’altre stelle».


don Giammaria Canu


Rembrandt, La risurrezione di Lazzaro (1630).

Il chiaroscuro che testimonia la vittoria della luce sulle tenebra, della Parola sulle parole, dell'Onni-potenza divina sulla pre-potenza del male, dell'amore sulla morte.

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