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Lettera al Presbiterio e alla Diocesi di Ozieri


Lettera al Presbiterio e alla Diocesi in occasione della sentenza al Cardinale Becciu



Cari fratelli e amici,

sento con immensa sofferenza di non essere solo a provare amarezza e disorientamento dopo la sentenza comminata al caro don Angelino. Percepisco la vostra fatica, i vostri interrogativi e il groviglio di sentimenti che abitano il vostro cuore. Vi posso confessare che non sono molto distanti dai miei.

Mi ritrovo ad essere padre ma senza un tozzo di pane da portare a casa. Mi chiedo cosa è stato, cosa siamo e cosa saremo. Convivono in queste ore la consapevolezza di sentirmi amato dalla Chiesa e il frastuono di tante domande sguaiate che cercano pace. Se non altro per avere una risposta da dare o un cammino da affrontare assieme. Sono veramente in difficoltà e con estrema umiltà mi metto a nudo confessandovi: non capisco!

Potrei aggiustarmi con frasi di circostanza o schemi di retorica ecclesiastica ben consolidati come: è l’ora delle tenebre; la fede porterà conforto; prima o poi ritornerà il sereno. Potrei anche esibire la Parola di Dio. Ma, credetemi, sono proprio esterrefatto e ammutolito da una tale durezza.

Posso solo chiedervi, proprio come un padre di famiglia, quella stessa carità che in questi anni pesanti ho visto molto blanda da parte di certe istituzioni e amici, ma che ho fin da subito percepito in voi come vostro caro, fraterno e delicato senso di sincera attenzione nei miei confronti e della chiesa diocesana in generale. Siamo una bella famiglia presbiterale e una meravigliosa diocesi e mi pesa tantissimo anche solo la possibilità che il dolore possa aggredirci. E io, impotente, a cercare di raccogliere energie nella preghiera, nelle amicizie, nel ministero, proprio per poterle poi condividere con voi. È un gran deserto, amaro e minaccioso, quello che vivo interiormente.

Siamo, poi, alla vigilia delle feste natalizie, con vetrine che sberluccicano e clima di rilassamento, gioia e pace. E invece credo che lo Spirito Santo non ci faccia mancare di vivere per quest’anno l’esperienza di un gelido e anonimo presepe, quello del nostro cuore rattrappito e chiuso nei suoi “perché”. Sarà per me e per molti di voi – figuriamoci per il caro cardinale e la sua famiglia – un Natale segnato esattamente da una grande spogliazione, da un grande svuotamento e risucchiato dal disordine interiore, dove vibrano confuse le domande e si moltiplicano le paure per la minacciosità del futuro.

Certamente avremmo preferito un Natale diverso, ma pare che il Dio delle sorprese sia sempre nel laboratorio del vasaio a ricreare e reinventare cose che iniziano, ossa che risorgono, steppe che fioriscono. È un tempo che possiamo rendere pieno e sensato solo se la famiglia cammina insieme e desidera rinascere insieme.

Questo mi sento di condividere con cuore di padre e di fratello: non lasciamo che il male disgreghi questa nostra preziosa esperienza evangelica di famiglia. Curiamo i legami personali e il nostro rapporto col Vangelo. Sentiamoci amati dalla Chiesa che in qualche modo fa la fatica di manifestare la misericordia di Dio. Facciamo il tifo per la verità e la sua fedelissima promessa di felicità. Cerchiamo di capire, ma senza ossessionarci dall’ansia di dover dare risposte a chi ci chiede ragione della speranza: arriverà il momento, allora potremo gridare! Esercitiamo il nostro cuore alla virtù della mitezza: restiamo fermi sulla certezza della bontà della nostra coscienza, ma facciamolo con delicatezza, senza aggiungere strappi o studiare scorciatoie per svignarsela. Gareggiamo nello stimarci a vicenda, perché c’è dell’oro tra di noi che può anche rimarginare le ferite dei cocci rotti. E, per favore: vagliamo ogni cosa, teniamo ciò che è buono e soprattutto mettiamoci alla ricerca delle profezie che piano piano faranno capolino per indicarci almeno una strada da prendere in questo deserto.

Al caro don Angelino ricordo una frase cara a Charles de Foucauld “la croce è il pane quotidiano delle anime fedeli”.

Grazie di cuore ai tanti attestati di affetto e di amicizia che in queste ore mi sono giunti per la diocesi.

Con affetto immenso vi saluto.

+don Corrado, padre, fratello e vescovo





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