Si conclude il Giubileo della Speranza: è stato un tempo di grazia in cui la Chiesa universale e la Chiesa locale ci ha accompagnati a riscoprire la forza di questa virtù teologale. Abbiamo imparato che “sperare” non significa “Illudersi”, ma “confidare nella fedeltà di Dio”, che non delude.
Guardando indietro, ringraziamo il Signore per i frutti di grazia che questo tempo e questo cammino hanno seminato nei nostri cuori: piccoli semi di fiducia, di coraggio e di desiderio di bene che ci accompagneranno anche in questo nuovo anno.
Questo giorno di fine del Giubileo, così vicino al Natale del Signore, ci mette davanti il contesto famigliare all’interno del quale il bambino e l’uomo Gesù crescerà.
Tre persone a vario grado sante, che compongono questa famiglia di Nazareth, in cui la santità, la bontà, la tenerezza, la carità, l’amore circola in modo sovrabbondante.
Protagonista di questo brano è S.Giuseppe, nell’atto di difesa e protezione della sposa e del bambino. La figura di Giuseppe: in un certo senso è lui il protagonista del Vangelo dell’infanzia; l’angelo ripetutamente gli affida l’incarico di proteggere il bambino Gesù. Era appena nato e già il mondo si accaniva contro di Lui.
Dio segue la Santa Famiglia in ogni passo, previene le mosse dell’avversario, e loro fedeli e sottomessi, non fanno domande, ma si affidano a Dio.
Vediamo Giuseppe un uomo profondo, ha sogni, capisce la volontà di Dio, capisce i pericoli, si alza nella notte, prende il bambino e sua madre e affronta la condizione di sfollato.
E ad un dato momento ecco ancora in sogno l’angelo gli appare, gli dice di tornare nella terra d’Israele.
Capisce quale è il tempo di fare le cose.
Lui è un uomo che ha un dialogo con Dio.
Lui è un uomo che ha una vita interiore.
Essere profondi fa diventare buoni custodi delle persone e cose. Non si è buoni custodi perché si hanno i muscoli, perché si è forti, ma perché si ha una vita interiore.
Ora immaginiamo, a fine Giubileo, di sedere accanto a Giuseppe e di parlargli.
Caro San Giuseppe, oggi immaginiamo di sederci accanto a te.
Noi, uomini e donne del nostro tempo, lontani da te nei secoli eppure vicini nel cuore, rivolti alla stessa luce che ha guidato i tuoi passi.
Non servono grandi parole davanti a te: basta fermarsi e ascoltare ciò che la tua vita silenziosa suggerisce alla nostra.
Tu rappresenti tutti coloro che, prendendo su di sé la vita di altri, vivono l’amore senza fare i conti con la fatica e con l’ansia.
Rappresenti chi compie il bene senza proclami e senza ricompense, chi, nel silenzio, fa semplicemente ciò che è giusto. Rappresenti uomini e donne il cui compito più alto è custodire delle vite con la propria vita.
Apriamo il cuore e la mente ai sogni che hanno attraversato la tua esistenza, Giuseppe.
In essi scopriamo intuizioni luminose, capaci di trasformare anche la nostra vita in un capolavoro nelle mani di Dio.
Anche noi, come te, conosciamo la paura.
A te non ha condizionato a noi alquanto, troppo!
La paura di non essere all’altezza, di sbagliare, di far crollare ciò che abbiamo costruito. A volte abbiamo desiderato liberarci dal peso delle scelte, fare un passo indietro per non restare feriti, pensando che evitare le ferite fosse la via più prudente.
Cerchiamo un cammino senza scosse, senza il peso della fede e senza l’audacia di una risposta. Sogniamo una fede senza rischio, un percorso che non chiedesse coraggio.
Eppure la fede ci sorprende, nella penombra dei dubbi, non come evidenza che schiaccia, ma come voce che invita.
Tu non hai visto angeli a mezzogiorno, Giuseppe, ma nei sogni, forse incubi, della notte.
Forse è così anche per noi: Dio parla quando tutto sembra confuso, quando il cuore è stanco e la mente non trova risposte.
Allora comprendiamo che il confine tra il bene e il male non è una strada larga e sicura, ma una cresta sottile:
basta una sola scelta per cambiare direzione.
Ci scopriamo fragili, incapaci di generare vita come vorremmo.
Eppure, senza meritarlo, ci vengono affidati volti, storie, sogni da custodire.
È una paternità e una maternità nascoste, che non nascono dal sangue ma dalla cura.
Tu ci insegni che si può dare un nome anche a ciò che non si comprende.
Dare un nome significa dire: “Questo mi appartiene, lo riconosco, lo accolgo”.
Pronunciando il nome di Gesù, hai riconosciuto nella tua storia il mistero stesso di Dio.
E allora intuiamo una verità decisiva:
la vita non ci chiede di capire tutto prima di amare,
ma di amare per cominciare a capire.
Il tuo sì non è stato un gesto passivo.
È stato un atto di libertà, non rassegnazione ma creatività: hai accolto l’imprevisto e lo hai trasformato in promessa.
Noi spesso pensiamo che essere liberi significhi decidere tutto da soli.
Tu, invece, ci mostri una libertà nuova: quella di fidarsi anche quando non si controlla tutto.
Forse questo è il segreto più profondo del tuo sì:
non hai scelto la vita che avevi immaginato,
hai scelto quella che ti era stata affidata,
e proprio così hai generato futuro.
La tua storia diventa allora specchio della nostra.
Anche noi siamo chiamati a dare nome a ciò che ci accade, a pronunciare un sì dentro ciò che ci sembra troppo grande, a trasformare la paura in custodia e lo smarrimento in cammino.
E forse, nel silenzio delle nostre notti, Dio continua a bussare.
Non per toglierci i limiti, ma per farne uno spazio abitabile per la Vita.
San Giuseppe, servo fedele del mistero di Dio, uomo giusto che non cerca parole, stai accanto al nostro cammino.
Insegnaci l’arte paziente del custodire, il coraggio di fidarci, la libertà di amare senza possedere tutto.
Donaci di dire il nostro sì ogni giorno, con la stessa forza mite con cui hai cambiato il corso della storia.
Grazie, San Giuseppe, perché hai abitato il silenzio e lo hai reso fecondo.
Fratelli e sorelle, abbiamo camminato insieme come pellegrini in questo Anno Santo.
Ora è il momento di trasformare le grazie ricevute in gesti concreti.
L’indulgenza che abbiamo chiesto a Dio diventi oggi la nostra capacità di perdonare gli altri; la speranza che abbiamo celebrato diventi il nostro modo di guardare al futuro, anche nelle difficoltà.
Non lasciate che questo Giubileo diventi un ricordo o una fotografia in un album:
fatelo diventare carne, pazienza, carità e coraggio.
Il mondo non ha bisogno di pellegrini stanchi, ma di portatori di speranza che sappiano sorridere al domani.
Usciamo da questa celebrazione non come persone che hanno terminato un viaggio,
ma come testimoni che hanno appena ricevuto il mandato.
Pellegrini che accendano la speranza e aprano il futuro.
Amen
Caro San Giuseppe,
ti scrivo da questo tempo inquieto,
dove tutto corre e poco resta,
e il silenzio fa paura perché non sappiamo più abitarlo.
A te, uomo delle soglie,
che hai vissuto senza lasciare parole
e hai detto tutto con la vita.
Tu non hai cercato il centro della scena.
Sei rimasto ai margini,
come chi comprende che il mistero non si afferra,
si serve.
Falegname di Nazaret,
mani segnate dal legno e dal lavoro,
hai insegnato che Dio non disdegna la polvere,
che la salvezza passa anche
da una casa piccola,
da un pane guadagnato,
da una fedeltà quotidiana.
Ti immagino mentre impari a essere padre
senza averlo deciso,
mentre accogli un figlio
che non ti appartiene
e proprio per questo ti viene affidato.
Tu, custode e non padrone,
ci mostri che l’amore più grande
non possiede: veglia.
Protegge.
Fa spazio.
Anche tu hai avuto paura, lo so.
La paura che scompiglia i progetti,
che incrina i sogni ordinati.
Avresti potuto andartene,
scegliere la strada più semplice,
difendere la tua giustizia.
Invece hai scelto una giustizia più grande,
capace di fidarsi di Dio
anche quando Dio non si spiega.
Nei sogni notturni hai ascoltato la Sua voce.
Non clamore, non evidenza,
ma indicazioni delicate,
come una luce accesa nella notte.
Hai obbedito senza capire tutto,
e così hai insegnato anche a noi
che la fede non è vedere chiaro,
ma camminare lo stesso.
Hai conosciuto l’esilio, Giuseppe.
La fuga, la precarietà,
la vita sospesa tra una minaccia e una promessa.
Hai stretto tuo figlio
mentre il mondo lo rifiutava,
hai imparato che custodire la vita
significa spesso difenderla nel buio.
Per questo oggi ti affidiamo
tutti i padri e le madri stanchi,
chi protegge senza garanzie,
chi ama in terra straniera.
Tu hai insegnato a Gesù
a camminare,
a parlare,
a lavorare.
Gli hai trasmesso il valore del tempo lento,
della fedeltà nascosta,
della forza che non ha bisogno di violenza.
E poi sei scomparso,
come chi sa quando è tempo di farsi da parte,
lasciando che la vita continui
senza di sé.
Caro Giuseppe,
in un mondo che misura tutto in successo,
tu ci ricordi che la grandezza
sta nell’essere affidabili.
In un tempo che teme il legame,
tu ci insegni la responsabilità dell’amore.
In una società che scarta,
tu custodisci.
Insegnaci anche oggi
a dare nome a ciò che ci è affidato,
a non fuggire davanti all’imprevisto,
a trasformare la paura in cura.
Aiutaci a dire il nostro sì
quando non vediamo il disegno,
a fidarci quando la strada si fa stretta.
Resta accanto a noi,
uomo giusto e silenzioso.
Veglia sulle nostre case fragili,
sui nostri lavori incerti,
sulle vite che tremano nelle nostre mani.
E quando la notte si fa lunga,
insegnaci a sognare come te:
non per fuggire dalla realtà,
ma per attraversarla
con Dio accanto.
