DI DOMENICA IN DOMENICA - a cura di don Giammaria Canu

Domenica, 20 dicembre 2020


Finalmente un Natale più simile all'originale.


Ma quanto è stato potente domenica scorsa l’urlo di san Paolo agli amici di Tessalonica: c’è tanto da gioire e noi ne sciupiamo le occasioni! C’è tanto Spirito Santo in giro per il mondo e noi spegniamo il nostro di spirito! C’è tanta profezia stimolata dal coronavirus e noi preferiamo abbuffarci delle pietanze di sempre servite ultimamente con portate sempre più caloriche: rabbia sociale (ma ce la fanno o no a buttare giù questo governo di incompetenti!), gossip da TV pomeridiana (ma quest’anno a che ora sarà la messa di mezzanotte?), nostalgia di quando ci consolavamo col “peggio di così non può andare” (speriamo passi presto la pandemia per tornare alla normalità!). Siamo proprio la società dello spreco…

Con riferimento all’intuito protopandemico di papa Francesco mi vedo già i titoloni delle testate del 2070: “Mezzo secolo dalla catastrofe che intontì l’umanità”; oppure: “Parlano i superstiti: buttammo all’aria l’anno più umano che potesse capitarci”; “E alla fine vinse il Coronavirus: ne uscirono peggiori di come erano entrati”. È evidente che sto esagerando, ma come san Paolo, come Isaia e come Giovanni Battista mi chiedo se è proprio impossibile rintracciare nel 2020 degli sberluccichìi di Spirito Santo per quanto fiochi e nascosti. Mi chiedo se stappando gli spumanti al 2021 o al V-Day (giorno del vaccino) butteremo via il bambino con l’acqua sporca. Veramente non abbiamo niente da chiedere a Dio affianco alla richiesta di cessare questa pandemia? Alzi la mano chi non ha pensato nemmeno una volta nel fracasso del Covid-19 che Dio stesse, certo, sulla stessa nostra barca (se lo dice papa Francesco!) ma che dormisse.

Nel Vangelo di questa scorsa domenica in gaudete, c’è proprio l’inizio dell’interrogatorio a Dio. Tutti a Gerusalemme si chiedevano di Giovanni Battista: ma davvero Dio si servirebbe di un furioso urlatore da deserto come prologo (cf. Gv 1) per il racconto della sua vita nella carne? E domenica prossima la seconda parte del prologo nella versione di Luca: ma davvero Dio sceglierebbe una regione sperduta, una casa comune, una ragazza impaurita come inizio della sua storia. È in fondo il sospetto adamitico: può Dio cambiare idea sulla sua creatura “molto buona” (Gen 1,31), volere il Paradiso solo per sé e lasciare annaspare l’uomo nelle tenebre? Proprio per niente! Ma allora perché non usa mezzi più efficaci o perché non cancella direttamente le tenebre con una passata di gomma?

Chi lo frequenta, sa che Dio non sa ingannare: la buna notizia arriva nel buio, nel deserto, nella debolezza. Non illude promettendo di “spegnere il buio” (ossimoro), ma promette che la notte è trapuntata di tante luci per vedere con chiarezza i contorni delle debolezze e camminare nonostante loro.

Bella l’immagine della luce nell’Avvento: la luce tocca le cose sfiorandole, accarezzandole, posandosi su di esse e facendo risaltare i colori. Non fa violenza, non si aspetta niente in cambio e neanche pretende che l’oggetto illuminato modifichi la sua natura o la sua forma. La luce è mite! Sta sempre dalla parte della verità e non fa chiasso. È potente e porta sempre quella promessa divina: “la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno [mai] vinta” (Gv 1,5). E in effetti, se la luce può illuminare il buio, il buio non può rabbuiare una luce! Ecco, Dio fa questa promessa: quando le ombre si distendono, Lui si fa più vicino, più interrogabile (anche da arrabbiati!), e perciò più incontrabile.

Restano poche righe per un appello urlato: siamo veri per questo Natale. Forse questo sarà l’unico vero Natale che ci possa capitare: condiviso con deboli, poveri e soli. Considerate che il primo Natale non è stato per niente migliore di questo che trascorreremo in basso tono. Sarà finalmente un Natale interiore e quindi opera dello Spirito Santo, come il Natale di Maria! Coraggio. Ancora due settimane di allenamento prima della convocazione alla partita del 25: un Natale così lo dobbiamo ricordare come il Natale più simile a quel primo Natale. E magari finalmente quella luce del 25 dicembre 2020 potrà abbagliare ogni giorno (e soprattutto ogni notte!) della nostra prossima vita.



don Giammaria Canu



Carlo Maratta, Natività (1650).

Per gli artisti, specialisti del colore, è scontato riconoscere che la luce non elimina le tenebre, ma fa emergere i colori che le tenebre tenevano imprigionati. E qualcuno diceva che “il pittore ha più ragione di un microscopio elettronico!”.




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