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DICEVANO I PADRI - a cura di don Giammaria Canu

Domenica, 21 aprile 2024.


Promessa di pastore.


«Io sono il tuo pastore». Significa che per me Dio non ha smesso di lavorare quando mi crea, ma sta costantemente all’opera. E qual è quest’opera? prendersi cura di me.

«Io sono», lo diceva Gesù per riassumere non solo un tratto particolare di Dio per l’uomo, ma per rivelare e firmare una promessa: «prometto di esserti pastore, sempre»!

Più che “buon” pastore, Gesù ha la pretesa di essere il pastore “giusto”, finalmente quello buono, quello che, una volta entrati nel suo gregge, puoi dire di avere tutto, di avere tutto quanto serve per vivere: una vita eterna, un amore infinito, una felicità immensa e una dimora per sempre.

È quello giusto perché non si tratta del solito pastore, ma di un pastore che non sfrutta le pecore per vivere, ma è lui che vive per le sue stesse pecore. Non usa le pecore per lana e latte. E non uccide gli agnellini primogeniti per offrirli a Dio. Ma è egli stesso Agnello primogenito di Dio che offre la sua vita, non per farsi amico Dio, ma per farsi amiche le pecore. Per questo un gregge numeroso, da 2000 anni riconosce qualcosa di diverso nella promessa del Buon Pastore. Il cuore dell’uomo sa distinguere chiaramente la voce del pastore da quella del mercenario e sa che appresso alla voce del pastore si guadagna vita, mentre appresso al mercenario si è a rischio di sbranamento. La vita si moltiplica quando entri a far parte del gregge del Buon Pastore. È un continuo aumentare, crescere e riempire di Vita la propria vita. Questo è il regalo della Pasqua: la Vita del Buon Pastore diventa la mia stessa vita. Dio chiede a me il permesso di stare nella mia vita. È un Dio che bussa e attende, che chiede senza pretendere, che offre la sua vita sempre e non si pente di avermela proposta neanche quando io la rifiuto. È un Dio capace di metterci la faccia proprio per me, per i miei no! alla vita, per ognuno dei miei peccati: «Per una sola piccola pecora che si era smarrita, egli è disceso sulla terra; l'ha trovata; l'ha presa sulle spalle e riportata in cielo» (Origene).

Sta qui il vero salto del cristianesimo: non ci sono cose da fare per Dio, ma è Dio che è all’opera per me. Prendere o lasciare, accogliere o rifiutare, abbracciare o respingere. Non devo dare io a Dio, ma devo semplicemente aprire il cuore alla sua promessa. Obbedire a Lui, è obbedire alla mia felicità. Fidarmi di Lui, è fidarmi che sono fatto per essere eternamente felice. Riconoscere e seguire la sua voce è affidarmi della sua promessa. Il suo mestiere è dare la vita; il mio accogliere la sua vita. Perché la mia, da sola, è troppo poca cosa, non va lontano né in profondità, si arrende facilmente e sbaglia in continuazione.

I lupi rapaci, questo lo sanno bene! E confidano che alla nostra guida ci sia qualche mercenario. Ma «il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore». Il mercenario è diverso dal buon pastore, almeno per tre cose: le pecore non gli appartengono, non gli importa delle pecore e, quindi, non darà mai la vita per le sue pecore. Bellissimi questi tre verbi che distinguono Dio dagli idoli: a Dio apparteniamo, ne siamo parte, abbiamo il diritto di appartenergli e non puoi stare al sicuro finché non decidi di appartenere al cuore della persona giusta! A Dio importiamo, in Dio noi abbiamo peso, il nostro esserci o meno nel suo cuore non è indifferente, ma in Lui è questione di un vuoto da riempire, di un meno da aggiustare, di un’attesa da colmare. Sembra un Dio diminuito finché manco io. E poi a Dio piace donare la sua vita per le pecore amiche. Anzi, in realtà anche per le pecore nemiche, o meglio ancora, per Lui le pecore ribelli sono ancora più amiche perché quelle più esposte alle grinfie dei lupi.

Come tutte le metafore, c’è una imperfezione che ha ben evidenziato san Pietro Crisologo (soprannome che vuol dire «dalla parola dorata»), ma da sapiente lettore del Vangelo, lui stesso ha trovato un’ottima soluzione: «Ma perché il pastore preferisce morire, lasciando così le pecore indifese? Perché dall’unica morte del pastore rifulse un’efficacia singolare: il pastore per le pecore affrontò la morte. Inizia qui un’origine nuova: colui che fu catturato catturò il diavolo, autore della morte; imprigionato lo imprigionò; ucciso gli inflisse la punizione. E morendo aprì alle pecore la strada per vincere la morte. Dunque, dando la vita, il pastore non abbandonò le pecore ai lupi, ma consegnò loro i lupi, poiché concesse loro di schiacciare i predoni in modo tale da vivere dopo essere state sbranate, da risorgere battezzate nel suo sangue. Così il buon pastore, quando offrì la sua vita per le pecore, non la perdette; e in tal modo protesse le pecore e le trasformò perché attraverso la pianura della morte le condusse ai pascoli della vita».

don Giammaria Canu




J.-F. Millet, Cristo Pastorella col suo gregge (1863).

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