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LA DOMENICA SULLE SPALLE DEI GIGANTI - a cura di don Giammaria Canu

Domenica, 5 Marzo 2023.


All’uomo sul monte, Dio ha detto Si!


Questa quaresima del ciclo A dei Vangeli domenicali è un evidenziatore straordinario sulla nostra realtà più vera: l’immenso abisso della nostra interiorità (poetava Rebora leggendo la vita umana scritta in un pioppo del giardino: «fermo rimane il tronco del mistero, e il tronco s’inabissa ov’è più vero). Nel deserto affiora da quell’abisso l’intrigante dilagare della tentazione. Il deserto regala via, verità e vita a chi si concede l’opportunità di frequentarlo come se fosse uno specchio della libertà: cosa poti e cosa curi della tua vita? Gesù dopo 40 giorni di digiuno ha potato dalla sua vita la morbosa tentazione del potere che scalza i progetti di Dio, del dio interventista o del dio polizza assicurativa, del cuore ingolfato e “impoverito dalla ricchezza”. Ha invece sposato il Dio Padre compiaciuto della bellezza del figlio amato; il Dio alleato che promette una mano tesa nei momenti di Calvario; il Dio da adorare mentre lavora, crea e compatta le cose perché non sa far’altro che amare. E con questo Dio, Gesù c’è andato in viaggio di nozze nel deserto.

Con quello stesso Dio, domenica prossima, Gesù attraverserà l’esperienza spoiler della Pasqua: tutto con la Risurrezione sarà come alla Trasfigurazione. Dal deserto al monte. Al monte per respirare aria di casa, per assecondare la nostalgia di vita eterna, quella vita che è la mia stessa vera vita, l’unica vita per cui sono nato: «sono nata e non morirò mai più» (Chiara Corbella) e nessuno mi convincerà che sono nato «per la morte» (Heidegger). Gesù era uomo di deserto, di lago, di strada, di casa e di montagna. Soprattutto l’orografia della Palestina era la sua geografia spirituale, il suo tempio interiore. Sul monte Gesù andava a far benzina, a sentirsi confermare il Si! del Padre, a sentire il Padre orgoglioso, fiero e teneramente compiaciuto per questo Figlio amato, a dare una lucidata agli occhi del cuore per poter scendere dal monte e guardare il mondo, gli uomini, le loro fatiche, le loro superbie e le loro tiepidezze con lo stesso sguardo del Padre.

È la bellezza della vita interiore: un giardino che non smette di fiorire e di portare frutti. Pensate ai santi: il segreto non stava minimamente nelle cose che facevano, nelle parole che dicevano, nei sorrisi che regalavano. Il loro segreto è sempre stato lo spazio-tempo che trascorrevano sul loro Tabor e chi li guardava, ascoltava e frequentava rimaneva affascinato perché li vedeva abbronzati ad una luce carica di mistero, di pace, di vita vera. Proprio come Pietro, Giacomo e Giovanni abbagliati dal volto solare e dalle vesti candide di Gesù. È l’invito per loro a smettere di fare e a lasciarsi fare (sant’Agostino: «io non sono altro che un Tu-che-mi-fai»), smettere di aggredire la realtà («facciamo tre tende») e lasciarsi ricreare e ri-creare dal Creatore. Quanto farebbe bene alla nostra igiene interiore un bel bagno di Tabor! A questo mondo non servono tantissime altre cose da fare o da scoprire, ma occhi nuovi che sappiano «vedere, tacere e godersi» ciò che già c’è (sono le ultime parole di Rosmini sul letto di morte).

E comunque Trasfigurazione significa contemplazione della bellezza di Dio e della sua immagine che ognuno di noi è! E bellezza significa dire arte, dire danza, musica, poesia. Saliamo sulle spalle di un poeta innamorato dell’umanità, della terra e del Vangelo: padre David Maria Turoldo che tra i suoi Canti ultimi scrisse di come Dio fa vibrare i sensi (quelli esteriori e quelli interni) come la tastiera di un pianoforte e di come ogni esperienza anche la più violenta e irrazionale, solo da trasfigurati, è sopportabile:


se corpo nessuno vi sia,

e riparo dall’abisso, già ora

la più nera oscurità ti divora.

È assoluta

la necessità dell’Immagine!

Il corpo: la scialuppa che ti salva

sull’oceano del Nulla.

Dio e il Nulla – se pure

l’uno dall’altro si dissocia -

senza voce sono nell’assenza.


Cristo, corpo di Dio, coscienza

della Terra, figlio

della Bellissima, nostro

ultimo esistere!


Anche la morte sarà

un emigrare di forma in forma

nel grande corpo dell’universo.


Corpo, Spirito che si condensa

all’infinito:


nostro corpo

cattedrale dell’Amore

e i sensi

divine tastiere…



don Giammaria Canu


A. Sassu, Trasfigurazione, il profeta Elia e Mosé (1980).

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