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LA DOMENICA SULLE SPALLE DEI GIGANTI - a cura di don Giammaria Canu

Domenica, 5 Febbraio 2023.


Sottrarre la bellezza all’insipida ombra.


«Maestà e bellezza sono davanti a Lui», recita il salmo 96, dopo aver detto che «il Signore ha fatto i cieli» e prima di dire: «Ha reso saldo il mondo, così che non sarà mai scosso». Creare dal nulla, per Dio non porta con sé l’idea di aggiungere qualcosa che prima non era, ma di sottrarre, di strappare, di togliere il velo del nulla da qualcosa che già eternamente è. Fuor di metafora filosofica: Dio strappa dal nulla le cose. Lì dove noi vediamo ombra, buio, tenebra, Lui vede già maestà e bellezza; dove vediamo morte, Lui vede risurrezione; dove vediamo i perdenti della vita, Lui ci vede i beati.

Il Vangelo di domenica prossima invita ad essere sale e luce, due elementi della natura che hanno una marea di rimandi simbolici – non a caso sono usati entrambi nella liturgia! Sale e luce sono creature primordiali: se la luce è proprio la primogenita delle creature (Gen 1,3), il sale viene subito dopo, in ritardo di soli due giorni («Dio chiamò l’asciutto terra, mentre chiamò la massa delle acque mare», 1,10). Cioè all’inizio di tutto c’è una promessa: c’è abbastanza luce e abbastanza sale per riconoscere che le cose sono tutte saporite e colorate! E con Gesù («Luce da Luce, Dio vero da Dio vero, Sale da Sale, Senso da Senso) viene la seconda promessa, più personale e missionaria: tu sei abbastanza sale e abbastanza luce per strappare anche ciò che ti accade e coloro che ti accadono dalla tentazione di restare insipidi e grigiastri. Significa rispondere alla chiamata del battesimo a restituire alla vita propria e altrui la bellezza dei colori e delle forme, del senso e del gusto di vivere. Non a caso il sale si metteva nelle labbra del catecumeno (candidato al sacramento) durante il rito del Battesimo e la luce sta davanti al neofita (neo-battezzato) come una «fiamma da alimentare, avendo cura di vivere sempre come figli della luce; e perseverando nella fede, andare incontro al Signore che viene, con tutti i santi, nel regno dei cieli».

… e poi sale e luce non servono come fine, ma come mezzo: non si mangia il sale e non si guarda la luce, ma si ringraziano perché sono capaci di dare senso e forma alle cose che toccano. Per questo la loro vocazione è quella di perdersi nel cibo e nelle cose e non tornare indietro: la loro casa diventano le cose e le persone che incontrano. Che bella la Chiesa se risorgesse dalla tentazione di essere un fine (punto d’arrivo) e diventasse un mezzo, «uno strumento per rendere più buona e più bella la vita delle persone» e mentre accarezza la vita delle persone «sulle sue mani resta il profumo di Dio» (Ronchi).

Il gigante di questa settimana è von Balthasar (teologo gesuita morto nel 1988) che pone all’inizio di ogni possibile discorso su Dio e la sua Gloria la denuncia alla tragica banalizzazione contemporanea del “bello” che, violentato e profanato, trascina nell’assurdo anche il buono e il vero, incapaci di restituire sapore, colore e spessore all’essere creato e all’essere umano in particolare, imprigionati nel nulla di un’insipida ombra e rendendo vana la ri-velazione, cioè l’operazione divina del togliere il velo per scoprire la verità e sottrarla all’informe.

«La nostra parola iniziale si chiama bellezza. La bellezza non fa altro che incoronare, quale aureola di splendore inafferrabile, il duplice astro del vero e del bene e il loro indissolubile rapporto. Essa è la bellezza che non è più amata e custodita, nemmeno dalla religione, ma che, come maschera strappata al suo volto, mette allo scoperto dei tratti che minacciano di riuscire incomprensibile agli uomini. Essa è la bellezza alla quale non usiamo più credere e di cui abbiamo fatto un’apparenza per potercene liberare a cuore leggero […]. In un mondo senza bellezza – anche se gli uomini non riescono a fare a meno di questa parola e l’hanno continuamente sulle labbra, equivocandone il senso –, in un mondo che non ne è forse privo, ma che non è più in grado di vederla, di fare i conti con essa, anche il bene ha perduto la sua forza di attrazione, l’evidenza del suo dover essere adempiuto; e l’uomo resta perplesso di fronte adesso e si chiede perché non deve piuttosto preferire il male. Anche questo costituisce infatti una possibilità, persino molto più eccitante». E riguardo alla grande vocazione umana di inseguire una bellezza che Dio ha già creata ancora più originale della bruttezza del peccato, von Balthasar osserva con acutezza: «nel cammino che porta dalla pianta all’animale e all’uomo, l’interiorità guadagna in profondità e in responsorialità. Almeno qui l’uomo deve rendersi conto di non essere padrone neanche di se stesso ma con-partecipante della creazione. Egli non è l’archetipo dell’essere e dello spirito, ma l’immagine derivata, non è la parola originaria, ma la parola di risposta, non è il dicitore, ma il detto, che quindi è totalmente richiesto dalla bellezza, senza che egli la possa dettare. Non gli resta che farsi tutto specchio di Dio e ricercare la luce dell’essere.



don Giammaria Canu


Michelangelo, Prigione che si ridesta (1530).

Lo strappo violento della carne dalla pietra: «toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne» (Ez 36,26).

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