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LA DOMENICA SULLE SPALLE DEI GIGANTI - a cura di don Giammaria Canu

Domenica, 27 Novembre 2022.


Chi è nano salga in groppa ai giganti.


Ci riaffacciamo su queste pagine dando un nuovo titolo alla rubrica e riconoscendo con una umiltà infinita che della vita ci si capisce ben poco perché il capibile è infinitamente inferiore al non capibile e che c’è da «chiedere scusa alle grandi domande per tutte le piccole risposte che osiamo dare» (Wislawa Szymborska).

Ma ammettiamolo pure: dal basso della nostra piccola statura è proprio bello nutrire una sana invidia nei confronti dei grandi campioni di fede, di pensiero e di creatività che ci hanno preceduto.

Rubiamo al Medioevo, secolo “buio ma stellato come un cielo di mezza estate”, l’adagio: «nos esse quasi nanos gigantum humeris insidientes», «siamo come dei nani sulle spalle dei giganti», e continua l’adagio: «così che possiamo vedere un maggior numero di cose e più lontano di loro, tuttavia non per l’acutezza della vista o la possanza del corpo, ma perché sediamo più in alto e ci eleviamo proprio grazie alla grandezza dei giganti». Il tentativo sarà ancora una volta di acquisire la posizione del Giano bifronte che guarda con profonda gratitudine al passato e sogna di abitare il presente e l’incerto futuro con un patrimonio ricco dei fallimenti e dei pezzetti di Verità guadagnati dal passato. E siccome san Tommaso insegna che omne Verum, a quocumque dicatur, a Spiritu Sancto est (ogni elemento di verità, da chiunque venga pronunciato, viene dallo Spirito Santo – ed è perciò patrimonio materialissimo di tutta l’umanità), anche noi nanetti che ci affacciamo con timore e tremore nelle sfide del Vero possiamo stare comodi sulle spalle dei giganti che ci hanno preceduti e attingere gratuitamente a Colui che piano piano (anche se ogni tanto dà una brusca accelerata) ci conduce alla Verità tutta intera: lo Spirito Santo, il Gigante invisibile.

E di queste brusche accelerate sembra parlarci il Vangelo di domenica prossima (ogni domenica saliremo sulle spalle di qualche gigante proprio per evitare gli scossoni dello Spirito Santo, raccogliere le briciole lasciate nei sentieri della storia e aggiungere un po’ del nostro per aumentare il thesaurus ecclesiae, il tesoro della Chiesa che cammina e cresce con la Parola di Dio e l’Eucaristia).

Saliamo questa settimana in groppa a quel gigante tedesco che è stato Karl Rahner, teologo acuto e profondo conoscitore del pensiero antico nonché del pensiero occidentale moderno. Leggiamo con lui il Vangelo di questa Prima domenica del tempo di Avvento, dove l’evangelista Matteo, che ci guiderà nelle domeniche di questo nuovo anno liturgico, pone l’accento sulla fine della storia per poter leggere bene il fine della nostra storia. Come faccio a guadagnarmi un prezioso epilogo alla mia storia? Sembra la domanda di un’intera vita. Non è questione di vivere una scelta di vita piuttosto che un’altra, ma è questione del “come”, questione di stile, questione di modo di abitare il mondo, le relazioni, il proprio cuore, i propri pensieri, le proprie parole e le proprie azioni, le ferite e le gioie. E quel “come” noi lo possiamo recuperare solo guardando e imparando dal “Figlio dell’uomo”: Gesù di Nazareth. Sentiamo Rahner.

Il miglior modo di conoscere ciò che è contenuto in un minuscolo presente e di considerarne la sua fine grandiosa […]. Dio si è già messo in cammino verso l’uomo. È già presente in incognito, e la manifestazione della sua presenza è già tra noi, ma nascosta. Quando arriverà la fine della storia e la sua presenza sarà palese, noi lo vedremo come il Figlio dell’uomo, ossia come uno di noi. Uno che ha vissuto tra noi la nostra stessa vita, così com’è, breve, amara e oscura. E in quanto “Figlio dell’uomo” Dio ci chiederà conto di questa vita. Nel giudizio noi non potremmo dire che a Lui, ossia all’eterno nell’armonia del suo essere infinito, non è propriamente possibile immedesimarsi nella nostra vita con la sua debolezza e i suoi enigmi insoluti, perché Egli non vi si è solamente immedesimato, ma l’ha vissuta. È diventato addirittura carne. La condanna o l’assoluzione della nostra vita non sarà pronunciata dal Dio trascendente, ma dal Figlio dell’uomo. L’uomo che è Dio sarà il nostro giudice: in quanto uomo egli conosce bene la condizione umana. Se la nostra realtà tocca il Dio eterno, Lui, così sanguinosamente vivo, proprio come un uomo può, in base alla propria esperienza, amare l’umano e odiare l’inumano dell’uomo.

La preziosa riflessione di Rahner corrisponde in pieno alla domanda: chi farà la sintesi della mia vita? Un Dio o un Uomo? Se sarà il primo, sono già spacciato. Se sarà il secondo, posso giocare fino al fotofinish come il Buon Ladrone di domenica scorsa!


don Giammaria Canu


E. Munch, Anxiety (1894).

Il pittore norvegese fotografa la storia contradditoria dell’uomo in preda alla malinconica processione della vita. I volti privi di personalità incedono con gli occhi sbarrati e le bocche cucite, privati cioé di una meta e di un senso. L’Invisibile e l’Indicibile si è invece fatto nostro compagno di pellegrinaggio, promettendo di accompagnare le nostre vite alla sintesi finale. Saliamo in groppa del vero Gigante della storia.

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